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Calcio e politica: così il Pd ha messo in fuorigioco Spadafora

Emilia Romagna, Lazio e Campania: i governatori autorizzano la ripresa degli allenamenti della Serie A. Ma la strada verso il campionato è ancora lunga - QUANTO COSTA FERMARE IL CALCIO

Che la partita intorno al calcio italiano fosse molto più politica e ideologica che pragmatica e acritica lo si era capito all'alba dell'8 marzo, con l'incredibile inversione a U di un ministro capace di sconfessare un decreto firmato nella notte dal suo premier. Non sorprende, dunque, che il destino della Serie A si stia consumando in un intreccio di interessi e posizioni che non riguarda solo la federazione e i club. Quanto accaduto nel fine settimana che porta alla 'Fase 2' non è altro che la conferma del livello dello scontro che si sta consumando intorno alla possibilità che il pallone torni a rotolare prima della fine dell'estate.

Il passo indietro sottoscritto dal ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, autore di una lettera al Comitato tecnico scientifico per chiedere di rivalutare il 'no' agli allenamenti individuali per gli sport di squadra assomiglia a un passo indietro. Certo, il responsabile politico dello sport può sempre nascondersi dietro il paravento delle indicazioni dei tecnici, ma è impossibile dimenticare il piglio con cui in queste settimane si è contrapposto all'industria del calcio teorizzandone una sorta di decrescita felice, spesso spalleggiato dai compagni di partito e di governo.

E invece è proprio dentro la maggioranza che regge l'Italia a Roma che si è consumato il ribaltone. Il segnale si era avuto la sera di mercoledì 29 aprile con quel «va precisata», riferito alla parte del Dpcm relativa ai calciatori, attribuito al ministro per gli Affari regionali Stefano Boccia (Partito Democratico). Le stesse ore in cui Spadafora continuava a predicare la necessità di un piano B per il calcio, ovvero l'accettazione dell'idea di non poter tornare in campo.

Poi è arrivata l'ordinanza dell'Emilia Romagna di Stefano Bonaccini (PD), seguita dalle parole del campano Vincenzo De Luca (altro PD) e completate - almeno per il momento - dal via libera di Nicola Zingaretti (ovviamente PD). Così nell'arco di meno di una giornata la Serie A si è trovata a correre a due velocità: da una parte chi ha la possibilità di ripartire e dall'altra chi è rimasto ancorato al 'niet' di Spadafora. Che è stato così obbligato e rispedire la palla ai suoi tecnici.

E ora cosa succede? Mentre la questione ripresa degli allenamenti sembra sbloccarsi, ancora lunga è la partita per avere qualche garanzia sul finale della stagione. Il tempo stringe e i nodi da sciogliere sono parecchi, partendo dalle perplessità sul protocollo (gestione delle positività, questioni assicurative, viaggi tra regioni e frequenza dei test). Però il lavoro sotto traccia del presidente della Figc Gabriele Gravina, che non a caso nell'ultima settimana ha diradato le apparizioni pubbliche, ha dato i primi risultati e lo stesso vale per l'argine posto dall'omologo in Lega Serie A, Paolo Dal Pino. Che si trova a gestire un gruppo di presidenti con idee molteplici, ma che fin qui ha sbagliato davvero poco compreso il messaggio con cui ha raccolto l'apertura del ministro alla collaborazione e alla possibilità che sia il Governo ad assumersi la responsabilità di uno stop.

Ipotesi ancora viva e concreta. Impossibile fare pronostici, ma la certezza è che nella partita intorno al calcio italiano le armi politiche a disposizione del ministro Spadafora hanno perso una certa consistenza col passare degli ultimi giorni.

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