Claudio Laurenti
News

«A distanza di 47 anni, vivo il prestito del busto di Bruto come un presagio della Brexit»

Pubblichiamo in esclusiva un intervento sulla Brexit dell'ambasciatore Umberto Vattani, due volte segretario generale della Farnesina che ha complessivamente trascorso 10 anni all'ambasciata italiana a Londra. Oggi presidente della Venice International University, Vattani racconta il sogno della «Britannia globale» di Boris Johnson, che presenta opportunità ma anche grandi rischi per entrambe le parti. E ricorda intristito le felici celebrazioni di un altro gennaio, quello del 1973, quando il Regno Unito entrò nel Mercato comune.

Venerdì 31 gennaio a mezzanotte - ore 23:00 di Londra - la Gran Bretagna uscirà dall'Unione Europea. «A fantastic moment» ha detto il Primo Ministro Boris Johnson, mentre si apprestava a firmare l'Accordo di recesso, un tomo di 600 pagine, con allegata la Dichiarazione politica.



Per festeggiare l'avvenimento, Downing Street ha programmato uno spettacolo di luci e deciso l'emissione di una nuova moneta, i 50 pence, che porterà la data del 31 gennaio 2020 e le parole, ispirate al motto della Rivoluzione francese, «Peace, Prosperity and Friendship with all Nations». In un'atmosfera meno festosa, a Bruxelles e a Strasburgo, sugli edifici del Parlamento europeo e della Commissione, verrà ammainata la bandiera britannica: l'Union Jack non sventolerà più neppure sulla facciata della Rappresentanza britannica presso l'UE, definitivamente chiusa, e verrà riposta tra i cimeli del «Museo della Storia dell'Europa» di Bruxelles.

Al di là delle immagini e degli eventi celebrativi, vi saranno immediate conseguenze di carattere istituzionale: per esempio, i 73 deputati britannici che erano stati eletti alle ultime elezioni europee del maggio 2019, torneranno a casa. I loro seggi verranno, ma solo nella misura di 27, ridistribuiti tra i Paesi membri (cinque alla Francia e alla Spagna, tre all'Italia e così via), mentre i rimanenti saranno congelati in vista delle prossime adesioni.

Con un risultato non insignificante: il gruppo politico del Parlamento europeo «Identité et Democratie», che si colloca all'estrema destra, supererà i Verdi, che perderanno sette seggi, e diventerà la terza forza politica in seno alla rinnovata Assemblea. La Gran Bretagna invierà un ambasciatore presso l'Unione europea, mentre il rappresentante dell'Unione, il portoghese Joao Vale de Almeida, si insedierà nella capitale inglese il primo febbraio.



La presenza britannica nell'Unione Europea, durata 47 anni, appartiene ormai al passato. Come in tutti i matrimoni, ci sono stati momenti sereni e altri di scontro. Ma neppure negli anni di maggiore crisi, quelli della Signora Margaret Thatcher, era stata mai contemplata l'idea di un divorzio. «Noi siamo inestricabilmente parte dell'Europa» dichiarò la Lady di Ferro ai Comuni. La causa scatenante della Brexit è stata l'improvvida decisione del Primo ministro David Cameron di indire un referendum sulla volontà dei cittadini britannici di rimanere o uscire dall'Ue.

Vari fattori hanno influito sull'esito negativo della consultazione: l'immigrazione lievitata dopo l'adesione all'Ue dei Paesi dell'Europa dell'Est; l'insofferenza per l'invadente regolamentazione comunitaria; l'onere finanziario insostenibile (un manifesto simbolo della campagna: «il Regno Unito invia ogni settimana 350 milioni di sterline all'UE, anziché spenderli per il Servizio sanitario nazionale»); l'atteggiamento ipercritico della stampa inglese contro la burocrazia di Bruxelles. Tutto questo in concomitanza con altre fake news.

Certo, per tutto il corso degli ultimi decenni, il Governo inglese aveva tenuto un atteggiamento distaccato e diffidente nei confronti di ogni forma avanzata: non si è unito agli altri Paesi europei in nessuno dei due grandi progetti Ue: la moneta unica e il sistema di libera circolazione Schengen.

Il Regno Unito, che ha sempre preteso rimborsi e rivendicato eccezioni, è eternamente apparso in una luce diversa rispetto agli altri Paesi membri e questa circostanza, ossia il suo minore impegno sulle grandi questioni operative, ha certamente agevolato il suo distacco. Come ha osservato un diplomatico inglese, «l'Unione europea è sempre stata per la Gran Bretagna una questione di scelte, non una necessità».


Che cosa accadrà ora? A partire dal primo febbraio - e fino al 31 dicembre 2020- si aprirà un periodo transitorio, nel corso del quale la Gran Bretagna, pur essendo ormai Paese terzo, dovrà osservare le regole comunitarie. Ciò implica il proseguimento degli scambi e il mantenimento dello statu quo per quanto riguarda i cittadini europei residenti nel Regno Unito e i britannici domiciliati nei Paesi membri. Nello stesso tempo, dovrà cercare di definire il suo nuovo rapporto con l'Ue.

Boris Johnson ha escluso categoricamente la possibilità di prorogare la transizione: nel caso non si riuscisse a concludere, la Gran Bretagna uscirà senza accordo di libero scambio. La sua intransigenza risveglia il timore di dover tornare alle regole dell'organizzazione mondiale del Commercio, con l'introduzione di dazi e di quote.

Il premier inglese vuole recidere i cordoni che tengono il Regno Unito legato a Bruxelles per almeno tre motivi: non vede l'ora di voltare pagina e chiudere il dossier Brexit, che ha avvelenato il dibattito politico negli ultimi tre anni; è impaziente di avviare le riforme promesse nel corso della sua campagna elettorale; infine, vuole riprendersi una totale libertà d'azione in campo internazionale.

È il sogno di Boris Johnson, che ricorda quello gaullista, di un rayonnement planetario del Regno Unito, la «Global Britain», promessa agli elettori, destinata a proiettare la sua potenza al di là dei mari, che fa da eco alla magia dell'«America First» e ricorda le parole di Lord Palmerston: «Non abbiamo alleati eterni, non abbiamo nemici perpetui. I nostri interessi sono eterni e perpetui ed è nostro dovere seguirli».



Il Cancelliere dello Scacchiere, Sajid Javid, ha dichiarato che, terminata la transizione, Londra non si allineerà più alle regole comunitarie. Non si può escludere, pertanto, l'intenzione di puntare su una regolamentazione più permissiva. Londra ha già negoziato e sottoscritto accordi di continuità con 20 Paesi firmatari di trattati commerciali con l'Ue. Dopo il 31 gennaio potrà negoziare con Paesi che non hanno accordi con l'Unione, come gli Stati Uniti.

Negli 11 mesi che ci separano dalla fine dell'anno, Londra vorrebbe portare a casa l'accordo di libero scambio con l'Ue a tariffe zero e zero restrizioni. E preferirebbe che i risultati di questi negoziati fossero abbastanza vaghi per lasciare più margini di manovra possibili alle autorità nazionali nei diversi campi.

Gli è stato però ricordato che la Gran Bretagna ha di fronte a sé un mercato unico di 450 milioni di abitanti, e che il 49 per cento degli scambi li fa con l'Europa: a Bruxelles c'è certamente la volontà di assecondare Londra sui tempi ma non si cederà sui punti fondamentali.

Il negoziatore Ue Michel Barnier ha avuto il mandato di tenere duro e «di mantenere il sangue freddo», per usare le parole di Emmanuel Macron. Per farlo, farà valere il principio del cosiddetto «level playing field», vale a dire le condizioni di parità concorrenziale. Solo se il Regno Unito manterrà alti standard come quelli europei in tema di diritti sociali, di sicurezza, di rispetto dell'ambiente e, soprattutto, di aiuti di Stato si avranno scambi equi: «zero dazi, zero quote, zero dumping» è la stella polare di Barnier.

Il negoziato per il Trattato di libero scambio non è che l'inizio e procederà seguendo l'ordine di priorità indicato dalla Commissione: il problema della pesca e delle regole del gioco, senza dimenticare che l'Accordo di recesso vuol dire anche affrontare il problema dell'Irlanda del Nord e dei diritti dei cittadini.

La fase due della Brexit non sarà una passeggiata. Il suo inizio segnerà l'avvio di negoziati riguardanti anche altre intese settoriali: energia, trasporti, sicurezza, scambio dati e così via. Non siamo certo vicini al traguardo. L'auspicio di Bruxelles è di affrontare i problemi più urgenti e poi ricostruire con gli inglesi un partenariato forte e equo per l'avvenire. Occorrerà gettare le basi di una stretta collaborazione sui temi strategici della sicurezza e della difesa. Quello che è in gioco è la definizione di un nuovo tipo di relazioni con la Gran Bretagna, Paese terzo certo, ma il più vicino e il più importante per noi.

Di sicuro, l'uscita della Gran Bretagna è una perdita secca per tutti e non vi è alcun motivo di esultare. L'Ue perde un membro importante, politicamente influente nel mondo: l'unico Stato europeo, con la Francia, ad avere un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e a essere sempre pronto ad agire militarmente, ove necessario. Proprio per questo è probabile una rinascita dell' «entente cordiale» con la Francia, una volta definiti i parametri economici.

Anche per il nostro Paese sarebbe opportuno cogliere l'occasione per rilanciare e stringere i rapporti con il Regno Unito in tutti i campi: politico, economico e della ricerca. Soprattutto quest'ultimo settore apre promettenti prospettive, nei trasporti, nell'energia, nell'intelligenza artificiale. Ciò ci permetterebbe di usufruire delle eccellenti infrastrutture universitarie e di ricerca esistenti in Gran Bretagna.

Il 31 gennaio non vorrei trovarmi né a Bruxelles né a Londra per non intristirmi. Nei primi anni Settanta lavoravo all'Ambasciata a Londra, dove mi era stato affidato il compito di seguire le trattative di adesione della Gran Bretagna alle Comunità Europee. Ero l'unico funzionario delle sei Ambasciate a Londra a recarsi regolarmente a Bruxelles per le sessioni negoziali.


Il Bruto di Michelangelo, conservato nel museo del Bargello di Firenze. Ansa/Maurizio Brambatti


Nel 1973, per festeggiare l'ingresso della Gran Bretagna nel Mercato comune fu organizzata, alla Royal Academy, una mostra sul patrimonio culturale europeo, inaugurata dal Primo ministro Edward Heath: ognuno dei sei Paesi fondatori contribuì con un'opera d'arte, a testimonianza della comune identità culturale.

Su suggerimento del nostro ambasciatore Raimondo Manzini, arrivò in prestito dal Museo del Bargello di Firenze una scultura di Michelangelo, il busto di Bruto, che il grande Maestro rifiutò di terminare «perché si era sovvenuto», così scrisse, «del tradimento che costui fece». A 47 anni di distanza, di nuovo dei festeggiamenti a Londra; ma questa volta all'incontrario. Il busto di Bruto, l'unico che anziché guardare lo spettatore ha lo sguardo rivolto di lato, fu un presagio.

Ti potrebbe piacere anche