Opportunismo la trionferà: la triste parabola dei transfughi
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Opportunismo la trionferà: la triste parabola dei transfughi
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Opportunismo la trionferà: la triste parabola dei transfughi

Dopo Paolo Bonaiuti, ex portavoce del Cavaliere, tocca a Sandro Bondi. Ma i traslochi da Forza Italia al Nuovo centrodestra non sono il sintomo di un cambio di regime. Solo di casacca

Ho ascoltato un’intervista di Angelino Alfano a Giovanni Minoli: tutto a posto, ma non è credibile. Dice che ha scelto la patria mentre Silvio Berlusconi sceglieva il partito, che in questi anni si è dedicato all’antimafia, che su Marcello Dell’Utri "no comment", che c’è bisogno di una nuova classe dirigente eccetera.

Le domande dell’intervistatore volavano nell’etere ed erano già una risposta: che però da lui non è mai arrivata. Alfano per essere creduto doveva dire che ha scelto il governo di Enrico Letta, insieme con altri 4 ministri indicati da Berlusconi all’atto della costituzione, mentre Berlusconi era condannato da una sentenza che egli stesso, Alfano, considerava ingiusta, e decideva il passaggio all’opposizione e la ricostituzione di Forza Italia.

Doveva riconoscere che in questi anni aveva disciplinatamente seguito, passo passo, il Cavaliere, anche nei suoi eventuali errori: che aveva firmato tutto, digerito tutto, approvato tutto dall’interno dell’inner circle del capo del suo partito.

Doveva dire che l’accusa di "concorso esterno in associazione mafiosa" è una vaghezza, come dice il giurista e candidato Pd alle elezioni europee Giovanni Fiandaca, e che istituzionalmente farà quel che deve, da ministro dell’Interno, ma come leader politico non rinnega anni di collaborazione e di amicizia con Dell’Utri stesso, pur essendo la cosa finita male. Doveva dire che la formazione di una nuova classe dirigente era un compito collettivo, e che per la sua parte aveva condiviso i meriti e i demeriti di Berlusconi nel tentativo di costruirla. Così parla un "hombre vertical", un uomo che voglia essere creduto nella vita e in politica. Invece niente: politicismo ed elusione, occhio al bacino elettorale potenziale nel quale pescare qualche voto, opportunismo della specie più evidente a tutti. Non si fa così.

Lo stesso discorso vale per i sodali di Alfano. Fabrizio Cicchitto e Maurizio Sacconi erano ferrivecchi della Prima repubblica, variante socialista, e sono stati recuperati e rilanciati in ruoli politici di primo piano grazie all’intuito di Berlusconi, il cui progetto hanno servito con entusiasmo, generosità, idee brillanti. Non potrebbero che riconoscerlo, se vogliono mantenere la schiena dritta.

Diverso è forse il caso del fatuo Paolo Bonaiuti, brava persona, tre volte brava come dicono a Torino, ma sostanzialmente appisolato intorno all’immagine di Berlusconi: sempre il primo a infilarsi nelle photo-op, sempre lì a chiedere una partecipazione forse un po’ eccessiva per le sue qualità politiche (sottosegretario, deputato, forse anche ministro e non ricordo bene, mamma mia quante cariche e quanti onori per un piccolo giornalista del Messaggero arrivato nella Berlusconia a cose fatte, a successi già conquistati, noto sopra tutto per le sue brutte ma costose cravatte, di cui mi faceva sempre regalo quando voleva molto bene a tutto ciò che profumasse anche di lontano del suo amato berlusconismo, e noto per essere il cocco dei giornali ai quali per volere del suo sommo pastore garantiva l’accesso, con i risultati che si sono visti, alle informazioni di corte).

Alla parola tradimento non ho mai dato credito, il tradimento è troppo grande per i traditori, e Giovanni Giudici il poeta scrisse in due versi memorabili che "c’è più gusto a tradir per intero/che a esser fedeli a metà". Ma i ruffiani ci sono sempre stati, sono anche simpatici animali del bestiario politico, e poi via, certe volte sono solo quelli più gentili e rispettosi e ossequiosi degli altri, sarà mica un reato, è roba che scaturisce dalle umane debolezze. Non dico che Bonaiuti sia uno di loro, ma fa di tutto per assomigliare alla razza, e tutto sommato questo importa poco.

Insomma, non è in atto un cambio di regime con i suoi Fouché e Talleyrand, non c’è grandezza, c’è sparpagliamento delle piccole infedeltà o slealtà, ma senza energia, senza rilievo per la vita della Repubblica. Il vero elemento surreale, ché questo appena descritto era prevedibile, è invece il fatto che Berlusconi sia la sera a cena con Matteo Renzi per la stabilità e le riforme, e il giorno dopo a colloquio con un assistente sociale per redimersi dalla condizione di maggior contribuente del fisco condannato per evasione fiscale.

Il che dipende, come tutti sanno, non da un trattamento di favore che la politica fa a Berlusconi, o che Renzi nuovo demonio rende a Berlusconi, ma dal semplice fatto che, passata la buriana di elezioni europee utili solo a misurare la febbre di sberleffo dell’elettorato (Beppe Grillo vuole arrivare secondo in Italia; il leader del Partito per l’Indipendenza del Regno Unito, Nigel Paul Farage, in Inghilterra pare arriverà addrittura primo; chissà Marine Le Pen), il Cav confermerà a livelli piuttosto consistenti un consenso utile a governare il Paese anche dall’opposizione. E lo farà combattendo con le mani entrambe legate dalla sua condizione extrapolitica, mantenendo il consenso popolare che invece sfuggì a quanti prima di lui furono distrutti da un sistema di giustizia che gli italiani considerano, forse non del tutto a casaccio, non imparziale.

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