No al canone Rai per il 'Politik-Sanremo'
No al canone Rai per il 'Politik-Sanremo'
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No al canone Rai per il 'Politik-Sanremo'

La minaccia di Berlusconi è più logica di quanto sembri. Sarebbe disobbedienza civile - lo Speciale elezioni -

Se il Festival di Sanremo diventerà una Festa dell’Unità, il 50 per cento degli italiani non pagherà il canone Rai.

Berlusconi ha la dote, a volte, di dire le cose più normali del mondo tuttavia facendo scandalo. Cose che ci diciamo in molti, da tempo. Perché, infatti, se la Rai non fa il suo mestiere, ossia informare obiettivamente e mantenersi il più possibile neutrale alla vigilia del voto, dovremmo continuare a finanziarla? Considerazione che dovrebbe valere per chi la pensa in un modo e nell’altro. Peccato soltanto che tutti l’abbiano usata, la Rai, e continuino a farlo. Al potere si aspira, o lo si esercita. E chi manovra la Rai detiene un potere reale. Con o senza satira.

Tutte queste palle allucinanti sulla par condicio, disciplina che non esiste in alcun paese al mondo ed è ridicola di per sé, per poi aprire una voragine come quella di Sanremo. Una voragine, sì, perché il Festival, la festa degli italiani, la parata della canzone non più disimpegnata, influenzerà per forza le scelte degli elettori.

La televisione (lo sottolinea Ilvo Diamanti proprio su “Repubblica”) resta il tramite principale della comunicazione politica: il nostro giudizio su leader e partiti si forma per oltre il 60 per cento davanti al piccolo schermo. Il resto è spartito in varia misura tra giornali, riviste, Internet, discussioni in famiglia, salotti, comizi, gadget e gazebo. Ma la tv è tanto, è quasi tutto. Lo sa Berlusconi, lo ha capito Bersani. Lo sa Grillo che la usa al contrario, contro il presenzialismo dei partiti tradizionali, e perciò ha adottato una strategia dell’assenza (mirata, perché no, anche a moltiplicare gli effetti di un colpo di scena catodico finale).

Sanremo, dunque. Dice in pratica Berlusconi a Unomattina che se diventa un mega-comizio, versare il canone non avrà senso per metà platea. Parole che suonano come un incoraggiamento (o una minaccia) a non versare l’obolo.

Le anime belle si affrettano a contestare l’ennesimo incitamento del Cavaliere (nero) all’evasione fiscale. Ma non è la stessa cosa dire no alle tasse e dire no al canone Rai, nascondere al fisco il televisore oppure boicottare un Festival di Sanremo consegnato alle cure e soprattutto alle parole di conduttori tutt’altro che a-politici. Bravi e faziosi. Come geniale e trascinante è Maurizio Crozza, che per la verità ha pestato i talloni un po’ a tutti: da Monti (“il più povero della sua lista possiede la Kamchatka”) a Berlusconi (“Gli italiani credono a tutto, che figata! Amo questo paese!”), da Bersani (“Fermare l’acqua con le mani? Ma che c… dici Bersani!?”) a Ingroia (“I 10 punti del programma? Nooo, troppo lungo spiegarli”). Fazio e la Littizzetto sono così esperti da poter gestire il Festival, colla premessa che “la politica ci sarà”, per fare del bene agli amici e del male ai nemici. Se fosse così, è del tutto evidente che il canone a una tv pubblica di parte sarebbe un controsenso. Più che obiezione fiscale, il mancato pagamento sarebbe un atto di disobbedienza civile.

Poi, quale effetto reale potrà avere un Festival militante è tutto da vedere. Un po’ come l’accanimento giudiziario, laddove c’è stato. Canone a parte, potrebbe verificarsi un vistoso effetto boomerang. A favore di Berlusconi.

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