Berlusconi lascia, per colpa di...
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Berlusconi lascia, per colpa di...

L'ex premier lascia per la mala politica, il "sistema", la magistratura. Non per colpa degli italiani e del loro voto

“Per amore dell’Italia si possono fare pazzie e cose sagge”. Diciotto anni fa, nel ‘94, Silvio Berlusconi fece una pazzia che alla fine si rivelò la cosa più saggia. Quale? Candidarsi alla guida dell’Italia. Sottrarre in extremis il governo alla “gioiosa macchina da guerra” con la quale Achille Occhetto si credeva già al timone della nave, impettito e sorridente tra i marosi del dopo-Tangentopoli.

Piombò invece dal nulla il Cavaliere e scombinò tutti i giochi, s’inventò un partito nuovo, ma soprattutto un nuovo linguaggio, e rivoluzionò la politica italiana creando un modello che avrebbe anticipato analoghe rivoluzioni in altri paesi. Nel bene, nel male. Chiamatelo pure populismo mediatico. Linguaggio diretto. Democrazia televisiva. Quel che è certo è che, per dirla nel gergo calcistico che ha introdotto nella politica, fece gol.

E non vi riuscì soltanto per la disponibilità di mezzi e strumenti, per il potere imprenditoriale e editoriale. Anzi, fin dall’inizio ha avuto molti nemici, avversari altrettanto se non più potenti di lui. La sua forza, la sua vera forza, in questi diciotto anni è risieduta nel consenso popolare di cui ha continuato a godere nonostante i continui attacchi mediatici e giudiziari, nonostante una campagna che ha assunto spesso, e negli ultimi anni in modo permanente, i caratteri della persecuzione.

La sua forza è stata il voto degli italiani.

Se oggi Berlusconi esce sconfitto con un messaggio di rinuncia alla politica (o almeno a Palazzo Chigi) non è grazie o per colpa del voto contrario dei suoi concittadini, del dissenso della maggioranza nei suoi confronti.  A sconfiggerlo, a costringerlo all’abbandono, non sono stati gli italiani, con i quali non si è mai spezzato (neppure adesso) il rapporto di amore-odio. Sono stati il Palazzo, la politica, i poteri forti, la magistratura, i molti nemici (e qualche amico infedele)…

Oggi, a quella “follia non priva di saggezza”, come la definisce nel suo sorprendente ultimo comunicato, Berlusconi preferisce il “passo indietro per le stesse ragioni d’amore che mi spinsero a muovermi allora”. Cioè: mi ritiro, per il bene dell’Italia. E forse anche un po’ per il suo. Per la sua stanchezza della politica, per il peso degli attacchi, per l’accerchiamento, anche per i tradimenti di tanti che smentendo il “sogno” del ’94 hanno trasformato la sua creatura in un’agenzia di collocamento clientelare e distribuzione di titoli e prebende.

Qualche responsabilità nell’insufficiente selezione della classe dirigente del centro-destra l’ha avuta anche lui.

Oggi che getta la spugna, forse anche tra coloro che negli ultimi tempi lo hanno indotto a uscire dal ring si diffonderà un senso di vuoto. Il rimpianto per quello che non è riuscito a fare (cambiare l’Italia) e per quello che ancora avrebbe potuto fare (abbandonare non la politica ma il PDL, creare una lista nuova). A meno di colpi di scena clamorosi, non sapremo mai se un’altra follia non priva di saggezza sarebbe stata preferibile, per l’Italia e per gli italiani e anche per lui, a quest’atto di saggezza (forse non priva di follia).

È dura immaginare le primarie del PDL con Alfano, Cicchitto, Gelmini, Frattini, Brambilla, Santanchè, Galan e poi La Russa, Gasparri, Meloni ma senza Berlusconi. O che i “suoi” voti finiscano a Matteo Renzi. O, peggio, a Beppe Grillo che sta a Berlusconi come il distruttore a un costruttore.

La rinuncia una prova di saggezza? C’è da augurarsi che il Cavaliere non debba pentirsene. Sembra impossibile concepire Berlusconi che si arrende. Che si ritira. Che non affronta l’ultima battaglia. Che abdica. La sua unica soddisfazione in questo momento è poter dire che non sono gli italiani ad averlo sconfitto con il voto. Che non è la democrazia ad averlo piegato, ma il potere. Quello vero.

Un dubbio però ci resta. Berlusconi ha avuto paura di perdere o di vincere?

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