Trentatré processi (più uno)
Trentatré processi (più uno)
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Trentatré processi (più uno)

Trentatré volte imputato in 19 anni in Italia, più una in Spagna. È questo il record processuale di Silvio Berlusconi, dal suo ingresso in politica alla fine del 1993 a oggi

E' la battaglia finale, l’ultima guerra stellare. Da una parte c’è una legione di combattenti dotati di ultrapoteri. Con le loro armi micidiali possono distruggere una vita in un baleno: possono massacrare anche il più potente degli uomini, annichilirlo per sempre, farlo crollare sotto mille macerie. Poi possono anche trasformarsi, cambiare pelle e riapparire sotto un’altra forma, magari prendendo il posto del nemico appena annientato: nulla può impedirglielo.

Invincibili robot marziani? Invasori di qualche altro pianeta? Forse un batterio killer? Non scherziamo: sono una pattuglia di pubblici ministeri italiani. Dall’altra parte c’è Silvio Berlusconi, il leader del centrodestra, con il suo personale destino di imputato e di politico, affiancato da una legione di cittadini schiacciati sotto accuse e processi. Nella guerra stellare Berlusconi è entrato suo malgrado quando è sceso in politica, alla fine del 1993: quasi 20 anni nei quali è stato indagato o imputato in 33 processi, uno ogni 7 mesi, mentre altri 108 procedimenti hanno riguardato le sue aziende, per un totale di 2.483 udienze di tribunale. Anche lui ha usato armi potenti: contro quella che soffre come una «persecuzione politica» ha ingaggiato 133 avvocati e 69 consulenti, che gli sono costati 400 milioni di euro.

L’ultima salva di cannone («Solo bugie e odio, povera Italia») l’ha sparata il 13 maggio dopo avere ascoltato Ilda Boccassini che, alla fine del processo milanese sul Rubygate dov’è imputato per concussione e prostituzione minorile, pronunciava contro di lui la sua terza requisitoria. Il pm, che tra 2009 e 2010 lo aveva stretto d’assedio con un bombardamento di 150 mila intercettazioni sul suo entourage, con un lapsus s'è lasciata sfuggire una frase rivelatrice:

«Condanno l’imputato a 6 anni, più l’interdizione perpetua dai pubblici uffici» ha detto. Per poi correggersi: «Chiedo la condanna…». Due giorni prima, ancora scosso dalla sentenza a 4 anni di reclusione per evasione fiscale inflittagli dalla Corte d’appello di Milano nel processo sui «diritti Mediaset», Berlusconi aveva protestato in una manifestazione a Brescia: «Questa non è giustizia, questo è tritacarne giudiziario. Comunque non mi faranno smettere. Anzi, insisto: il governo deve fare le riforme che possano cambiare il sistema».

In realtà, oggi, non è in gioco il destino giudiziario del 4 volte presidente del Consiglio, ma molto, molto di più: è in ballo l’idea stessa del garantismo, che vuol dire equilibrio tra accusa e difesa, onestà nell’avvio delle inchieste e nell’uso della procedura penale, con una vera responsabilità civile dei magistrati e il diritto dei cittadini di vedere amministrata la giustizia in modo imparziale ed efficiente. Il campo di battaglia, purtroppo è già pieno di macerie. E non solo perché i tribunali in Italia non funzionano, pur costando ogni anno oltre 7,5 miliardi di euro.

Dalla fine degli anni Ottanta, quando una riforma del Codice di procedura penale ha affidato al pm la guida assoluta delle indagini, è cresciuta una generazione di magistrati inquirenti che ha occupato quel ruolo con particolare consapevolezza. Politicizzati, legati a logiche di parte, molti di quei pm hanno fatto disastri. «Dai tempi di Tangentopoli» sostiene un giurista da sempre critico nei confronti del loro strapotere come Giuseppe Di Federico, ex membro del Consiglio superiore della magistratura, «in troppi hanno imparato a usare non solo le leve procedurali, ma anche i mass media e i riflettori».

Questi pm hanno capito che possono inquisire chiunque, anche per anni («Usando vari stratagemmi per prolungare i termini oltre il termine consentito» aggiunge Di Federico), e disponendo di strumenti strepitosi: perquisizioni, sequestri, intercettazioni, interrogatori, arresti... Hanno scoperto che non c’è alcuna possibilità di essere puniti, anche se i loro errori sono dettati «da dolo o colpa grave», come recita la legge 117 del 1988 che avrebbe dovuto recepire il referendum che aveva appena abrogato (con il sì dell’80,2 per cento degli italiani) le precedenti e inefficaci norme sulla responsabilità civile: da allora le richieste di risarcimento dichiarate ammissibili sono state appena 34.

Le condanne? Quattro. E a pagare non sono stati i magistrati bensì lo Stato (così prevede la legge), che non si è mai rivalso nei loro confronti. «È l’unico caso al mondo» dice Di Federico «dove un giudizio, affidato peraltro ad appartenenti alla medesima categoria dell’imputato, deve passare per nove gradi: tre per l’ammissibilità del procedimento, tre per individuare la responsabilità del magistrato e tre per l’eventuale rivalsa da parte del ministero della Giustizia sul colpevole».

I pubblici ministeri, soprattutto, hanno compreso che alla fine delle indagini preliminari basta loro depositare sul tavolo del giudice qualche metro cubo di carte piene di accuse: da quel momento quei documenti diventano pubblici, quindi pubblicabili. È il circuito mediatico-giudiziario contro cui Guido Calvi, penalista, exparlamentare del Pds e oggi membro del Csm, è durissimo: «È così che si divulgano in maniera abnorme intercettazioni e atti, violando la dignità e l’immagine di troppi cittadini». 

Glauco Giostra, un altro membro laico del Csm, aggiunge ironico: «Sì, credo si possa dire che i “bracconieri della notizia”, i giornalisti, possano spesso contare su non poche compiacenze da parte delle “guardie forestali”».

È qui che esplode lo strapotere dei pm. Perché in poche ore le loro accuse finiscono sulle pagine dei giornali, sugli schermi delle tv, su internet. Si amplificano, diventano verità inoppugnabile, incontrovertibile. A quel punto nemmeno il migliore degli avvocati è in grado di controbattere. È il processo di piazza: «Cose del genere» sostiene Luciano Violante, ex magistrato ed ex parlamentare del Pd, «avvengono solo in Italia e in alcuni paesi del Centro e Sud America». Nessun indagato può difendersi da quello che Violante dice essere l’«intreccio malato» tra pm e cronisti amici, pronti a battere sulla grancassa dell’accusa in cambio di qualche documento inedito.

E il processo che seguirà? L’eventuale assoluzione? Non importano: quel che conta è l’accusa, l’intercettazione, l’arresto, che resteranno per sempre nei giornali ingialliti, nelle immagini tante volte passate in tv, elettronicamente perenni su internet. E nelle coscienze degli italiani. Eppure, le assoluzioni arrivano: nel 42 per cento delle sentenze di primo grado. Dice Violante: «Negli Stati Uniti nessun procuratore distrettuale con una così alta percentuale d’insuccessi verrebbe mai rieletto. In Italia, invece, ogni magistrato continua nella sua progressione automatica di carriera e nessuno dovrà mai permettersi di giudicarlo».

Certo non lo fa il Csm, che oltre a decidere sulle destinazioni di giudici e pm dovrebbe sanzionarne le mancanze: su 1.703 «processi» aperti dal 1999 al 2010 davanti al Consiglio, solo 12 sono finiti con una rimozione, lo 0,7 per cento. Quasi sempre, però, le assoluzioni arrivano troppo tardi. I casi si sprecano già solo in questi primi mesi del 2013: l’ultimo riguarda Luciano D’Alfonso, ex sindaco di Pescara ed ex segretario abruzzese del Pd. Nel 2008 fu indagato per tangenti sulla gestione del cimitero: arrestato per corruzione e concussione, abbandonò la carica. In aprile è stato prosciolto per non avere commesso il fatto, e l’8 maggio le motivazioni hanno negato alcun vizio di legittimità sul suo operato.

Sempre in Abruzzo, l’ex governatore del Pd Ottaviano Del Turco era stato arrestato per tangenti sanitarie nel luglio 2008: il procuratore Nicola Trifuoggi aveva addirittura convocato una conferenza stampa per proclamare che gli indagati erano «schiacciati da una valanga di prove». Oggi, dopo quattro mesi di arresti, la caduta della giunta regionale e cinque anni
di processo, le prove sembrano sciogliersi proprio come neve al sole. 

I danni, invece, quelli restano. Il 7 maggio è stato assolto in appello con formula piena l’immobiliarista Danilo Coppola, nel 2007 arrestato a Roma per bancarotta fraudolenta: per i giudici il fatto non sussiste, ma intanto Coppola lamenta «l’ingiusta perdita di 1 miliardo». E mentre ancora aspetta il giudizio per corruzione l’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso, dal febbraio 2010 sottoposto a una dura campagna di accuse sugli appalti di quella che ormai è passata alle cronache come «la cricca», nel parallelo processo romano sui Mondiali di nuoto del 2009 a Roma sono cadute tutte le accuse su personaggi che all’epoca vennero letteralmente trasformati in mostri: il 30 aprile il giudice ha assolto con formula piena 19 imputati e tra loro anche l’ex presidente del Consiglio nazionale dei lavori pubblici, Angelo Balducci, carcerato per cinque mesi.

A volte basta qualche testimonianza per distruggere un indagato. Nel 2003 Francesco Saverio Romano, due volte ministro per il Pdl, fu inquisito a Palermo per concorso in associazione mafiosa e corruzione: uno stillicidio di rivelazioni di pentiti durato 8 anni gli è costato la carriera politica. Poi nel luglio 2012, in primo grado, è arrivata l’assoluzione perché il fatto non sussiste e il 10 aprile scorso la sentenza è diventata definitiva perché nessun pm ha impugnato la sentenza.

Se poi il magistrato con le sue inchieste attacca un potente o una celebrità, diventa a sua volta più potente e celebre. A John Henry Woodcock, sostituto procuratore a Napoli, è stato attribuito un totale di oltre 200 indagati assolti, con una peculiare attenzione per i personaggi pubblici: a partire da Vittorio Emanuele di Savoia, clamorosamente arrestato nell’estate del 2006 per un mercato illecito di nullaosta sul gioco d’azzardo. L’11 maggio la statistica si è allungata: il Tribunale di Potenza ha assolto perché il fatto non sussiste anche Mario Armati, all’epoca presidente del Credito sanmarinese, indagato in quel processo per riciclaggio. Purtroppo la banca nel frattempo ha dovuto chiudere.

Ma in Italia i risultati giudiziari non contano. Il magistrato che diventa star può perfino permettersi di cambiare ruolo e di lanciarsi in politica. I casi sono tanti, sempre di più. E Berlusconi, da questo punto di vista, è l’imputato perfetto. Tanto amato dai suoi quanto inviso a un buon terzo degli italiani, il leader del centrodestra da quasi 20 anni garantisce visibilità e popolarità a chiunque lo indaghi, da Milano a Palermo. Vedremo che cosa farà Woodcock della sua celebrità. Intanto ha appena chiesto il rinvio a giudizio di Berlusconi per la presunta corruzione del senatore Sergio De Gregorio, migrato nel 2006-2007 dalla risicata maggioranza prodiana all’opposizione.

L’ex premier, in materia, può comunque vantare una primogenitura a suo modo storica. Fra i primi a inquisirlo è stato Antonio Di Pietro, l’eroe di Mani pulite: nel novembre 1995 aveva chiesto ai colleghi del pool milanese «l’onore» di essere il pm d’udienza nel processo per le tangenti alla Guardia di finanza (tra le cause della caduta del primo governo Berlusconi, nel 1994, e poi terminato con la piena assoluzione dell’imputato), dichiarando «io quello lo sfascio». Di Pietro si sarebbe poi dimesso dalla magistratura nel dicembre 1996 e 18 mesi più tardi avrebbe avviato la sua carriera politica come ministro dei Lavori pubblici nel governo guidato da Romano Prodi.

Anni dopo, è Antonio Ingroia a incarnare il paradigma del pm che impiega i suoi strapoteri per finalità politiche. L’ex procuratore aggiunto di Palermo per anni ha indagato sulla mafia, su Forza Italia, su Berlusconi. Alle ultime elezioni ha fondato un partito, Rivoluzione civile, si è candidato in tutta Italia e anche a Palermo, dove fino a pochi mesi prima era stato pm. Sconfitto nell’urna, Ingroia resta personaggio mediatico di prima forza: ora è nel limbo, tra il Csm che lo vorrebbe ad Aosta e la sua ambizione partitica.

Ma intanto guadagna oltre 5 mila euro netti al mese. E continua a fare proclami. Davvero: i magistrati sono il vero, granitico strapotere. Perfino criticarli è difficile. E rischioso. Vincenzo Zeno-Zencovich, docente di diritto privato a Roma nonché avvocato civilista di Enzo Tortora nei primi anni Ottanta, calcola che il risarcimento per la diffamazione di un magistrato, mediamente più facile da vedere riconosciuta in un tribunale (formato da colleghi del diffamato), valga un terzo in più di quello per un politico e il doppio di quello di un professionista. Se non sono strapoteri questi…

(Twitter: @mautortorella)

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