Berlusconi-Alfano e la partita a poker
ANSA/MASSIMO PERCOSSI
Berlusconi-Alfano e la partita a poker
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Berlusconi-Alfano e la partita a poker

«Oggi 29 settembre, mi son svegliato e...». Potrebbe partire dalle note degli Equipe 84, il ricomincio di una delle sette o nove (copyright Giuliano Ferrara) vite di Silvio Berlusconi. Ovvero il tre volte presidente del Consiglio, presidente di un G7 e un G8, condannato definitivamente, fatto decadere con voto elettronico e con legge reatroattiva da senatore, che però resta insieme con il premier incaricato Matteo Renzi il king maker delle riforme. Senza l’asse delle riforme il giovane premier in pectore non potrebbe giustificare agli occhi degli italiani il suo governo nato in fretta e furia, dopo un brutale ribaltone in diretta streaming da una stanza del Nazareno, sede del Pd, dell’esecutivo di Enrico Letta.

Dunque, aveva fatto bene o male Berlusconi a iniziare a staccare la spina al governo Letta a fine settembre, proprio il giorno del suo compleanno, a costo della scissione con Angelino Alfano? Secondo le regole del poker, come spiega Robert Redford, nel film «Havana», lui giocatore incallito nella Cuba di Batista alla vigilia della «revolucion», «a volte nel poker conviene perdere con una mano vincente per vincere dopo con una perdente. I politici invece questo non lo capiscono, loro vogliono vincere subito…».

Alla luce dei fatti, sembra che invece questa strana regola il Cav l’abbia capita.

Per l’esattezza, era sabato 28 settembre 2013 quando Berlusconi da Arcore ordinò alla delegazione del Pdl di ritirarsi dal governo. Secondo indiscrezioni di fonti autorevoli di Forza Italia, come quella attribuita da Panorama a Sandro Bondi, Alfano ci mise un bel po’ a rispondere. Poi, la storia è nota: prima disse sì, poi nì, poi diventò «diversamente berlusconiano», infine il 2 ottobre minacciò la costruzione di gruppi autonomi per dire sì al governo (si scoprì presto che la gestazione della scissione alfaniana era in atto da tempo) e il Cav dovette fare buon viso a cattivo gioco, votando sì anche lui all’esecutivo Letta. Insomma, accettò di perdere con una mano che doveva essere vincente.

Tutti dissero che Berlusconi si era fatto prendere da una crisi di nervi, manovrato dai falchi e al solito, in omaggio alla propaganda più maschilista che ci sia, dalla «pitonessa» Daniela Santanchè. E, invece, alla luce dei fatti quella scelta si è rivelata giusta. Ora sull’orlo di una crisi di nervi è Angelino Alfano. Il Cav insieme con Renzi, ognuno nel rispettivo ruolo, uno in quello del leader di un’opposizione responsabile, l’altro in quello di un premier incaricato e un po’ pressato da Carlo De Benedetti (almeno così rivela Fabrizio Barca, a sua insaputa con un finto Nichi Vendola) è lì a dare le carte nella decisiva partita a poker per l’inizio della Terza Repubblica.

Il Cav ha evidentemente capito che si può vincere con una mano perdente, da condannato in via definitiva, da decaduto come senatore. Ma questo film Alfano se lo sarebbe mai aspettato di vedere? Intanto, potrebbe sempre guardare «Havana» con Redford prima della «revolucion». Ma in questo caso, con Castro e il comunismo, seppur mambo e cha-cha-cha, il nascituro governo non ha nulla a che vedere. Si chiama avvio della Terza Repubblica, sempre che Renzi, come avverte il consigliere politico del programma di FI Giovanni Toti, resti fedele al patto per cambiare le regole. 

In tutto questo l’ex segretario del Pdl non ha esattamente l’aria di uno che ha in mano un poker d’assi. «Rischia di fare la fine di Ocalan (il leader curdo ndr) in giro negli aeroporti con nessuno che se lo pigliava» è la brutale e ingenerosa critica che viene dalla pancia bersaniana, la più rossa, del Pd. Alfano certamente questa battuta che gira nel Transatlantico di Montecitorio non se la merita. Ma il Pd, Renzi o non Renzi, se  divora i propri leader, figuriamoci se si fa scrupoli con gli alleati e per giunta «diversamente berlusconiani». 

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