Beppe Grillo e il direttorio: fine di un sogno
Daniele Scudieri/Imagoeconomica
Beppe Grillo e il direttorio: fine di un sogno
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Beppe Grillo e il direttorio: fine di un sogno

L'ex comico perde colpi. E, in combutta con Casaleggio, detta i nomi di chi dovrebbe con lui decidere in futuro. Ma la sua funzione si è esaurita

Venti parlamentari li ha già persi e altri venti potrebbe perderli molto presto. Forse mercoledì prossimo con la riunione dei gruppi. Il leader extraparlamentare Beppe Grillo corre l’imminente rischio di non poter contare sulle coorti dei deputati e senatori che la sua facondia da palco ha proiettato a Montecitorio e Palazzo Madama.

Che cosa ci aspettavamo da Grillo? Davvero pensavano, gli elettori di Grillo, che i suoi parlamentari potessero aprire il Parlamento come una scatola di sardine? O che tramite il web si potessero portare i cittadini a sedere al fianco dei loro delegati a Montecitorio e Palazzo Madama?

Grillo ha tanti punti deboli, troppi. Ne basta uno, per quello che mi riguarda: lui è, o appare, quindi comunque è, antisemita. Non so se per via della moglie iraniana o per la sua estrazione di estrema sinistra.

Eppure Grillo ha portato nel Palazzo la scossa di cui c’era bisogno. Senza di lui, oggi neppure Matteo Renzi sarebbe presidente del Consiglio, avremmo un grigio e fallimentare governo Bersani. Le riforme apparterrebbero a un remoto orizzonte, forse la Commissione europea e il Fondo monetario internazionale ci avrebbero già commissariati. Forse, la ventata di rinnovamento a parole si sarebbe spenta nell’inconsistenza di una ordinaria amministrazione. L’Italia non vedrebbe l’uscita dal tunnel.

Ma Grillo era solo un catalizzatore, un’arma estrema per segnalare che il Paese era davvero al capolinea. Adesso la sua funzione si è esaurita. Lui dice di essere “un po’ stanchino”, come Forrest Gump, si comporta come un piccolo dittatore all’interno del suo giocattolo, prigioniero di un’idea di rivoluzione megalomane e fuori dalla realtà (la "decrescita felice", "l'uno uguale uno"), ma inevitabilmente si connota come un capopopolo comico e un po’ grottesco, veicolo dell’insofferenza e impazienza di un popolo che non crede più alla politica, ai politici, alle istituzioni.

Solo che i deputati e senatori dei 5 Stelle sono uomini e donne in carne e ossa, coi loro appetiti economici (e di potere) secondo la vecchia regola che fonda il liberalismo, homo homini lupus, e non sono disposti ad alienare i loro privilegi. Arrivati in modo improbabile a occupare uno scranno in Parlamento, non si piegano ai capricci del Capo.

Chiediamoci in cosa consista il progetto grillino, l’ideologia del suo leader, il programma dei suoi adepti. Nessuna risposta. Non esiste il grillismo. Non c’è un manifesto grillino. Gli eletti grazie alla campagna del leader nelle piazze e sul web si agitano, aspirano a essere autonomi, non semplici burattini creati da referendum virtuali per pochi aficionados della rete.

Il paradosso è che le sorti del governo e della Repubblica, l’elezione del prossimo capo dello Stato, i lavori parlamentari, sono affidati alle bizze di una masnada di rappresentanti del popolo regolarmente eletti, ma privi di una visione comune. Una sorta di “terra di nessuno” nella quale i partiti strutturati, a cominciare dal Pd di Renzi, sperano di poter pescare voti utili per sostenere il governo o gestire l’avvicinamento al voto anticipato (e nel frattempo le riforme e l’elezione del presidente della Repubblica).

Alla fine della fiera i grillini si divideranno in tre tronconi; gli anarchici refrattari a qualsiasi incasellamento, i più politici pronti a sostenere il Pd da sinistra, i grillini duri e puri convinti che solo Grillo è la chiave per la rielezione. Nel frattempo, Beppe in combutta con Casaleggio detta i nomi del direttorio a cinque (stelle) che dovrebbe con lui prendere le prossime decisioni. L’Italia ostaggio dello psicodramma di una setta in disarmo.
 

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