Barack Obama e l'imbarazzante spot di Marino
Barack Obama e l'imbarazzante spot di Marino
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Barack Obama e l'imbarazzante spot di Marino

Il modo in cui il sindaco di Roma ha pubblicizzato il suo “congedo” al presidente degli Stati Uniti è un inno al provincialismo italiano

 

Non so voi, ma io mi sento umiliato come romano dal modo in cui Ignazio Marino, sindaco di Roma, ha pubblicizzato il suo “congedo” al presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino. E mi sento umiliato anche da come i media hanno rilanciato, in base al racconto “selfie” di Marino, la possibilità al momento inesistente che Obama torni a Roma il 4 giugno per i 70 anni dalla Liberazione (come Marino gli avrebbe chiesto). Per me, questa è solo l’ultima e forse la più mediocre strumentalizzazione della visita di Barack a Roma, a riprova del nostro imperdonabile provincialismo.

Ho qualche trascorso di esperienza istituzionale per sapere cosa significhi il protocollo e capire con quali sotterfugi di cerimoniale in tante, troppe occasioni, personaggi di insufficiente autorevolezza cerchino di profittare degli scarti e pertugi delle visite di Stato. Non voglio neanche pensare che sia il caso del sindaco di Roma, ma trasformare un “bye bye” all’aeroporto in uno spot personale, per di più facendosi scudo del capo dello Stato col quale Marino avrebbe condiviso l’idea (spero non il modo) di re-invitare Obama lo trovo, per usare un anglicismo, “cheap”.

Volgare.

Quale invito può mai essere stato quello rivolto a Obama sotto la scaletta dell’Air Force One da quella che in gergo è la “linea di saluto”, magari con i motori già accesi e tutti che prendono posto mentre il Presidente assolve agli ultimi doveri di cerimoniale (e dopo che inutilmente Marino aveva tentato d’imbucarsi all’evento ufficiale al Colosseo il giorno prima...)!

Che serietà può avere quell’invito lanciato in extremis come uno sventolio di fazzoletto al quale Marino, fonte dell’improvvisato colloquio in pista, sostiene che il Presidente avrebbe dato la risposta “possibilista”, anzi molto positiva: “L’estate è un buon momento per tornare a Roma, ogni scusa è buona per tornarci”. Frase che assomiglia in verità a una formula elusiva (infatti la Casa Bianca nega cambi di programma o nuove date). Il motivo per esser presenti all’anniversario della Liberazione sarebbe il clima dolce dell’estate romana? Si rende conto Marino di quello che ha detto? La solennità delle celebrazioni per la conclusione di una tragedia storica di quella portata sarebbero niente più che la “buona scusa” per godersi un altro po’ di ruderi e sole? L’avrebbe addirittura invogliato prospettandogli uno spettacolo di luci per far rivivere il Tempio di Marte…

Marino (sempre lui) racconta che il Presidente gli avrebbe chiesto dove avesse lavorato come chirurgo (gliel’aveva detto Marino di essere in un chirurgo? “Presidente, sa che ho fatto il chirurgo in America?”). Gli ha così potuto raccontare d’aver avuto per diversi anni “l’onore di dirigere l’unico reparto di trapianto del fegato di proprietà del governo degli Stati Uniti, a Pittsburgh”. E gli astanti (ma sospettiamo che la fonte sia sempre Marino) avrebbero visto Obama sorridere: “Bello sapere che qui abbiamo un bravo ragazzo di Pittsburgh”. Dubitiamo però che “il bravo ragazzo di Pittsburgh” abbia avuto il tempo di spiegare al presidente degli Stati Uniti d’America il contesto e le code polemiche delle controverse dimissioni da quella Università prima di dedicarsi alle cure di Roma e dei romani.

Lasciatemelo dire: i nuovi pazienti di Marino, i romani, tra poco avranno esaurito la pazienza.

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