Ballottaggi: il piccolo Vietnam del Pd
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Ballottaggi: il piccolo Vietnam del Pd
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Ballottaggi: il piccolo Vietnam del Pd

La sconfitta a Livorno e Perugia e un astensionismo che supera il 50%. La verità è che in Italia stanno franando le vecchie appartenenze - Le 3 "P" di Renzi - I Risultati

 

Matteo Renzi è salpato per il Vietnam, ma lascia un’Italia dei ballottaggi che presenta qualche imbarazzante elemento di piccolo Vietnam per il suo partito e offre una prospettiva sul futuro dello Stivale diversa dalla valanga di consensi ottenuti dal Pd alle Europee. Esauritasi la paura del sorpasso grillino, ricomparsi il sole l’afa il richiamo del mare, ricaduti sui partiti gli effetti pirotecnici dello scandalo Mose, i ballottaggi nelle città consegnano una vittoria schiacciante al partito dei non votanti che per la prima volta è maggioranza assoluta, il 50.5 per cento, dopo che le Europee lo avevano già promosso primo partito. Segno di una protesta e di una repulsione, non più semplicemente disaffezione, che penalizza i partiti di governo ma non risparmia le opposizioni (perché predilige l’astensione).

La seconda morale che si può ricavare è che il trionfo di Renzi è scritto nella sabbia, sospeso a quanto riuscirà a combinare come presidente del Consiglio e, di converso, alla credibilità che riusciranno a guadagnare le opposizioni azzurra e grillina. C’è infine un terzo elemento non marginale: il centrodestra vince se unito, con nomi nuovi e personaggi che lavorano sottotraccia sul territorio. Senza clamori. Come a Padova e a Perugia.

A Padova con un leghista di buone maniere non estremista come Massimo Bitonci. E nel feudo rosso di Perugia, imbarbarita dal malgoverno del Pd, con un giovane avvocato di Forza Italia anche lui “sotto le righe” rispetto per esempio al rottamatore azzurro Alessandro Cattaneo che, invece, non fa il bis a Pavia. Ma anche il Movimento 5 Stelle vince, laddove riesce a convogliare tutta la protesta di destra e di sinistra: in modo clamoroso a Livorno, culla del partito comunista, rossa da settant’anni, con l’ingegnere aerospaziale Filippo Nogarin. A Bergamo, invece, prevale il Pd ma il suo candidato, Giorgio Gori, storico direttore di Canale 5. Il partito di Renzi centra Bari, Modena, Pescara, Cremona, Vercelli. Il che non basta a diradare le nebbie che si addensano. Se il Pd è ormai un partito liquido e lascia spazio per una riorganizzazione a sinistra che a volte si coagula attorno al Movimento 5 Stelle, altre finisce nel non voto, e il centrodestra forte dei suoi tradizionali cavalli di battaglia (ordine e rivolta fiscale) ritrova una ragion d’essere attorno a personalità credibili, riconquistando i delusi, e se Renzi non saprà mantenere le promesse che ha fatto e cambiare verso all’Italia (e all’Europa), il suo ipotizzato ventennio potrebbe non attecchire con la facilità temuta o sognata da tanti. Senza contare che Renzi potrà sempre meno distinguere se stesso e la propria immagine da quella del Pd, e che i bollori finora sopiti in nome del potere e delle poltrone garantiti dai suoi trionfi, in caso di sconfitta o di battuta d’arresto saranno pronti a riaccendersi e allargare crepe tra la guardia post-comunista del Pd e la nuova sinistra cattolico-liberale.

Insomma, l’Italia si dibatte ancora in una fase di transizione e attesa, mista a repulsione e protesta, senza una chiara direzione e con una sola certezza, seppur transitoria anch’essa: il trionfo del “non voto”.

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