Attentato in Libia: i sospetti dei nostri servizi
Attentato in Libia: i sospetti dei nostri servizi
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Attentato in Libia: i sospetti dei nostri servizi

Dai contractor al terrorista Mokhtar Belmokhtar, il Paese è sempre più terra di nessuno, stretta tra operazioni clandestine e traffici incontrollati di armi

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L’11 giugno scorso a Tripoli, capitale della Libia, sotto un’auto di appartenenza dell’ambasciata italiana fu rinvenuta una bomba esplosiva alla gelatina. L’autista, in servizio sul mezzo quel pomeriggio, riferì di aver notato sotto l’auto “un tubo che sporgeva dalla parte posteriore” e lanciò quindi l’allarme. Solo così, secondo gli uomini dell’ambasciata, gli occupanti dell’auto (ovvero l’autista stesso e un funzionario diplomatico) poterono mettersi in salvo, riparandosi all’interno dell’edificio.

 

Pochi istanti dopo, la bomba esplose mandando in mille pezzi la parte posteriore del veicolo riservato ai diplomatici. Non ci fu nessun ferito ma l’allarme fu grande. “Non è stata una grossa esplosione, ma ha distrutto il retro dell’auto. Se qualcuno fosse stato all’interno del veicolo in quel momento, sarebbe rimasto ucciso” affermò un testimone.

 

Dopo di allora, le misure di sicurezza intorno all’ambasciata furono rinforzate e si avviarono le indagini da parte dell’agenzia d’intelligence italiana all’estero, l’Aise (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna).

 

Ora, l’Aise avrebbe individuato un soggetto fortemente sospetto, Daikna Asraf, che al momento viene considerato quale possibile autore materiale dell’attentato all’ambasciata italiana. A complicare il caso, è però una notizia concomitante che trapela da fonti vicine al Servizio, secondo cui Asraf sarebbe stato a stretto contatto per diversi mesi con un addetto di una delle numerose compagnie private del Regno Unito che operano in Libia. Un fatto che potrebbe aprire a scenari inediti.

 

Il ruolo ambiguo dei contractor
Dalla caduta del colonnello Gheddafi in poi, il mercato libico si è trasformato in una miniera d'oro per le imprese di sicurezza private. Soprattutto per quelle britanniche che, nel vuoto di potere creatosi con la guerra civile, hanno prima invaso e poi gestito in prima persona la difesa delle multinazionali che stanno investendo ingenti risorse in Libia, soprattutto (come ovvio) nel settore degli idrocarburi.

 

Un ex agente del SAS, la più importantespecial forcedi Sua Maestà, sostiene in proposito che la sicurezza privata in Libia - un settore popolato quasi esclusivamente da ex soldati su coscrizione volontaria - rischia di andare fuori controllo.

 

Egli stesso, che ha lavorato sotto copertura per monitorare questo genere di eventi, riferisce: “Mi è capitato di essere io stesso sotto il tiro di contractor concorrenti, non è affatto piacevole. Spesso qui si lavora al di fuori della legge. Ma è normale: se all’improvviso arriva nel tuo Paese un sacco di agenti di sicurezza privata, stranieri, giovani, armati e strapagati, questo porterà inevitabilmente ad attriti con gli altri gruppi che lavorano nel settore già da tempo. E questo, oltre ad alimentare strani traffici, può persino connettere i contractor con i terroristi locali, soprattutto per la fornitura di armi. Il noleggio di armi, munizioni e veicoli, così come l’addestramento stesso, restano ancora un affare quasi esclusivamente privato dove gira un sacco di soldi”.

 

Come dire che la Libia è in preda a guerre tra bande della criminalità organizzata locale, e che a gestire i traffici di armi e la sicurezza sono troppo spesso gruppi dall’identità promiscua, che hanno tutto l’interesse a interfacciarsi con i soggetti privati (come i contractor) per vendergli armi e munizioni.

 

Lo scorso 21 settembre, ad esempio, il comandante della seconda unità di supporto del Comitato supremo di Sicurezza, Adnan Al Shibani, è stato ucciso a Gurji, quartiere alla periferia occidentale di Tripoli. L’omicidio sarebbe stato compiuto dalla criminalità organizzata locale e, secondo fonti vicine ai servizi di intelligence libici, ordinato direttamente dal contrabbandiere algerino Mokhtar Belmokhtar.

 

Belmokhtar  avrebbe agito per frenare la riorganizzazione dell’esercito e della polizia libica che l’esecutivo di Ali Zeidan prova a costituire da tempo, con enormi sforzi e grazie all’aiuto di Paesi stranieri, tra cui l’Italia. A breve, infatti, diventeranno effettivi una serie di accordi internazionali, che prevedono che un numero consistente di militari e poliziotti libici sia addestrato dai Paesi firmatari, i quali forniranno loro anche gli armamenti (già 20.000 fucili sono stati venduti dalla Turchia al governo libico). Un fatto che Belmokhtar e chi traffica con le armi vorrebbe scongiurare.

 

I precedenti attacchi alle ambasciate
Non è il primo episodio di attentati ad ambasciate straniere in Libia, questo. E, anzi, dalla caduta di Gheddafi in poi il Paese è stato colpito da numerose azioni, rivolte contro attivisti e agenti di sicurezza stranieri.

 

Basti ricordare l’attacco dell'anno scorso al compound degli Stati Uniti, nella città di Bengasi, dove morirono quattro persone, tra cui lo stesso ambasciatore americano, Christopher Stephens. Era l’11 settembre e quel fatto avrebbe avuto serie ripercussioni in America e si sarebbe portato dietro una scia polemica in seno al Dipartimento di Stato che perdura ancora oggi.

 

Ma quell’attentato si svolse secondo dinamiche differenti rispetto all’attentato contro il compound italiano. Più simile è semmai l’episodio avvenuto lo scorso aprile, due mesi prima dell’esplosione all’ambasciata italiana, quando un'altra autobomba deflagrò davanti all'ambasciata francese a Tripoli, ferendo due guardie francesi e un numero imprecisato di residenti.

 

Sei giorni fa anche l’ambasciata russa ha subito un attacco: un gruppo di persone, sessanta secondo alcune fonti, ha tentato di forzare l’entrata dell’ambasciata, scavalcando i cancelli e dando fuoco ad alcune auto parcheggiate davanti al compound. Il tentativo di raggiungere l’interno dell’edificio è stato respinto e nessun funzionario diplomatico è stato messo in pericolo, anche perché l’ambasciata è stata prontamente evacuata e il personale condotto al vicino aeroporto per precauzione. Una fonte ha riferito che gli assalitori “hanno aperto il fuoco contro l’edificio ma sono riusciti solo a strappare la bandiera russa”.

 

In quest’ultimo caso, però, più che un vero attentato pianificato si tratterebbe di una vendetta per l’uccisione di un cittadino libico avvenuta per mano di un agente segreto russo, nello specifico una donna.

 

Si ricorda inoltre il recente colpo dei Navy Seals degli Stati Uniti in Libia, che ha portato all’arresto di Anas Al Liby (vero nome Nazih Abdul Hamed al Ruqai), ritenuto una delle menti dietro gli attentati dell’ambasciata statunitense del 1998, che uccise più di 220 persone in Kenya e Tanzania.  E a Sigonella, in Sicilia, c’è gran fermento tra gli oltre 200 marines schierati per varie operazioni in Nord Africa.

 

Tutto questo proliferare di manovre d’intelligence e di movimenti incontrollati di armi e persone in territorio straniero irrita profondamente il governo libico, ma dimostra soprattutto che il Paese è del tutto impotente di fronte agli eventi e che la Libia è sempre più una terra di nessuno.

 

 

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