L'assemblea "western" del Pd
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L'assemblea "western" del Pd

Dietro i sorrisi e le frasi di circostanza quella che si prepara in vista del congresso è la guerra interna: chi vincera?

"Sfida all’Ok Corral"; "Mucchio selvaggio"; "Ombre rosse"; "Il buono, il brutto e il cattivo (di sicuro quest’ultima parte se la aggiudica Matteo Renzi ndr)"; "Per un pugno di dollari (in questo caso di voti ndr)". 

Ogni titolo di questi celebri western potrebbe attagliarsi alla caotica, a dir poco, assemblea del Pd dello scorso fine settimana. Di cui si sentono ancora gli echi.

Matteo Renzi, anche la mattina di lunedì 23 settembre ha continuato a cannoneggiare sul quartier generale di Largo del Nazareno: «Dirigenti rancorosi». Ma non è che lui di rancore ne abbia manifestato di meno con l’attacco ad alzo zero ad Enrico Letta sullo sforamento del deficit. E, comunque, è vero: come nell’ennesimo e ormai anche noioso episodio del film che si potrebbe titolare «Saloon Pd», il caos e l’anarchia di sabato, che hanno portato a uno slittamento sulle regole per il congresso (anche negli western la legge non c’è, ma solo vendette e codici d’onore) sarebbe stato prodotto più da odii e rancori personali che dallo scontro su precise linee politiche.

Spiega un parlamentare che conosce bene protagonisti e sentimenti veri della la guerra del «Nazareno», sotto rigorosa forma di anonimato a Panorama.it: «Inutile che vi state a scervellare. La realtà è molto peggio di quanto ve la immaginate: c’è tutta una storia di vendette e regolamenti di conti alla base del no netto di Rosi Bindi e Walter Veltroni al cambiamento dello statuto per disgiungere le due fidure del segretario del partito e del candidato premier. Entrambi lo hanno fatto per consumare una vendetta nei confronti di Pier Luigi Bersani. Per questo soprattutto, non per favorire Matteo Renzi». 

C’è però da dire che Veltroni, almeno, si è battuto per difendere un principio la sua linea di Pd maggioritario, il cui presupposto fondamentale era l’identificazione tra segretario e candidato premier. Un’idea di Pd però poi travolta da Pier Luigi Bersani, che fu aiutato da Massimo D’Alema. Ma sono ormai cose di alcuni anni fa e Veltroni, seppur sia legittima la sua amarezza, non sembra ancora essersene fatto una ragione. Rosi Bindi, invece, narrano, abbia ancora il dente avvelenato per essersi dovuta dimettere da presidente, in seguito all’addio dall’incarico di segretario di Bersani. 

Il mancato cambiamento dello statuto, che prevede appunto coincidenza tra segretario e candidato premier, certamente questa cosa non favorisce il dalemiano Gianni Cuperlo. Candidato anche lui come Renzi e Gianni Pittella alla segreteria. E qui la ragione di quel no a disgiungere i due ruoli  andrebbe cercata nella storia la storia della guerra dei vent’anni tra Massimo D’Alema e Veltroni.

La vittima principale, se non si troverà la quadra per cambiare lo statuto neppure alla direzione di venerdì prossimo, è il premier Enrico Letta. Che non candidandosi a segretario resterebbe fuori dalla corsa alle politiche per tornare alla plancia di comando di Palazzo Chigi. Dicono i maligni che per questo Bersani, i popolari ed altri filogovernativi avrebbero messo lo zampino per far mancare il numero legale e far saltare tutto. Tant’è che Renzi ora grida: “Presi dai rancori, vogliono far saltare il congresso". Ma chi c’era racconta che il numero legale sarebbe anche mancato perché i delegati dovevano prendere chi il treno, chi l’aereo. Molti, narrano, sono «partiti anche per disperazione: non ne possono più di questa guerra e neppure delle grida dell’asfaltatore». E se alla fine restasse Guglielmo Epifani, il «buono» ?

    

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