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L'antimafia delle urgenze e quella dei palloncini colorati

La scritta "Più lavoro meno sbirri" comparsa a Locri è una sfida contro uno Stato che latita e che perde tempo con l'autoreferenzialità

La Calabria, dunque. Parliamone. Ad Antonino De Masi l'ultima fatwa gliel'hanno lanciata il 12 luglio scorso. Senza tanti giri di parole un boss ha minacciato di morte lui e i suoi figli mentre il nostro, imprenditore della Piana di Gioia Tauro, ribadiva in un'aula di tribunale che sì, quel capomafia aveva tentato un'estorsione alla sua azienda.

Da allora moglie e figli hanno dovuto abbandonare la Calabria. Ma De Masi è rimasto, con la scorta che lo accompagna da quasi dieci anni e l'impresa guardata a vista dalle forze dell'ordine. Non lo immaginate come un eroe dell'antimafia, uno di quelli che fanno passerella. È l'opposto. Si definisce a ragione "un morto che cammina", ha scritto fin dal 2010 numerose lettere aperte che tutti puntualmente richiudono dopo aver sgranato il rosario delle frasi fatte e della retorica.

Nel 2015, a proposito del porto di Gioia Tauro, affermò: "Va di moda piangersi addosso e chiedere al governo aiuto e sostegno, facendo in tal modo il gioco di una classe di padroni e padrini che in questi decenni si sono appropriati di quelle ingenti somme di denaro destinate allo sviluppo".

Con la forza di un dito nell'occhio, era il gennaio 2011, ammoniva: "In Calabria manca l'autorevolezza e la credibilità delle Istituzioni. Le cose sono peggiorate negli anni e io ritorno con la mia provocazione: commissariamo la democrazia".

Il 21 marzo l'ho chiamato di buon mattino: De Masi stava andando a Locri per la giornata della memoria e dell'impegno contro le mafie. Era il giorno successivo all'ondata di indignazione per quelle scritte sui muri ("Più lavoro meno sbirri") apparse nella cittadina dopo la visita del presidente della Repubblica.

Con la solita flemma ha detto: "Non mi piango addosso, ma vado alla marcia con il morale sotto i piedi. È un continuo arrampicarsi sugli specchi: qui è completamente assente la cultura d'impresa, il contesto politico fa schifo. Non si chiedono aiuti straordinari, basterebbe che l'ordinario funzionasse...".

Come ha ben notato il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, uno che alla brodaglia della magniloquenza preferisce i fatti, non è stata la 'ndrangheta a far sporcare i muri di Locri. "Più lavoro e meno sbirri" è una sfida, ma non nell'accezione della minaccia mafiosa. È una sfida che andrebbe finalmente raccolta. Perché se c'è lavoro c'è meno repressione, c'è meno criminalità.

Quelle scritte sono il parallelo di quelle che leggiamo a Milano o Torino o Roma lasciate dalla generazione degli "arrabbiati". Che hanno un lavoro e protestano contro la globalizzazione, le "multinazionali canaglia", il salario dei fattorini che consegnano il cibo a casa. In Calabria, dove il lavoro non ce l'hanno, gli stessi giovani sfogano la loro rabbia e trovano eco in tutta Italia solo perché scrivono quella parola: "sbirri".

Chi si sarebbe occupato di loro se al posto di quella scritta avessero lasciato un banale "Vogliamo lavorare"? Quante dotte analisi sociologiche avreste letto? Quanti telegiornali avrebbero dedicato loro spazio? Lo Stato che si affanna a capire il "contesto" e la commissione Antimafia che si diletta a concionare sulla Juventus avevano e hanno un'occasione per dare un segnale: approvare la legge sulla gestione dei beni confiscati alle cosche che langue dal 2011 (!) in Parlamento.

Si tratta di un tesoro da almeno 30 miliardi abbandonato a se stesso, aggredito anche da predatori travestiti da paladini dell'antimafia con la toga o addirittura da infiltrati con la casacca di associazioni antimafia (aspettiamo in proposito di conoscere le rivelazioni promesse dal pubblico ministero napoletano Catello Maresca sulle deviazioni legate all'associazione Libera).

Tra due mesi esatti saranno passati 25 anni dalla strage di Capaci. Lo Stato si presenti con quella legge approvata. Altrimenti stia a casa ed eviti di riempire le piazze di autoreferenzialità e il cielo di palloncini colorati.

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