Tre anni e quattro mesi in carcere: era innocente
Tre anni e quattro mesi in carcere: era innocente
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Tre anni e quattro mesi in carcere: era innocente

La toccante storia di Angelo Cirri, condannato a otto anni e liberato solo dopo il casuale ritrovamento della refurtiva a casa del vero rapinatore. Lo Stato gli pagherà quasi 400 mila euro: "Rivoglio la mia vita, non i soldi"

 

"Rivorrei la mia vita, non il risarcimento". Invece riavrà, con i tempi lenti dello Stato italiano, soltanto il secondo. Nessuno potrà restituirgli i tre anni, quattro mesi e ventinove giorni trascorsi dietro le sbarre di Regina Coeli e di Rebibbia. Il protagonista di una storia che rievoca, senza la finzione cinematografica ma con la disperante crudezza della realtà, l’Alberto Sordi nei panni del ‘Detenuto in attesa di giudizio’, si chiama Angelo Cirri. Oggi ha quarantasei anni, cinque figli e una moglie che lo ha aspettato senza mai dubitare della sua innocenza.

"Quella sera io ero con lei a casa come tutte le sere. Ma la sua testimonianza valeva zero". Tutto comincia il 9 aprile 2004, quando Cirri, poco prima di mezzanotte, viene raggiunto nel suo casale romano. Sente il cane che abbaia, esce fuori e trova i carabinieri armati: "Mi hanno messo in macchina e mi hanno portato via". Arriva a stretto giro il primo riconoscimento: una donna, che è stata rapinata quella stessa sera davanti alla sua porta di casa, identifica in lui il responsabile del furto. Cirri, che è ancora incensurato, viene arrestato.

Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip rinviene il pericolo di reiterazione del reato. Nei mesi successivi a quella denunciante si aggiungono altre dodici persone offese per un totale di otto rapine. "Ancora oggi mi chiedo come si possa puntare il dito contro una persona, accusarla di un reato così grave senza esserne davvero sicuri", commenta l’uomo che, da innocente, si ritrova ad essere il colpevole per forza. Il 25 giugno 2004 arriva l’incidente probatorio, e di quelle otto rapine gliene vengono addebitate quattro. L’avvocato Marco Cinquegrana gli prospetta la possibilità di chiedere un patteggiamento o un rito abbreviato. Cirri rifiuta: "Io sapevo di non aver commesso alcun reato. Volevo il processo". Il processo viene celebrato,  tre udienze in tutto. Il tempo di sentire le persone rapinate, tutte colpite in modo particolarmente violento, con insulti, calci e percosse. Il difensore chiede di acquisire i tabulati telefonici dei cellulari rubati in modo da verificare se fossero eventualmente riconducibili alla disponibilità di Cirri. Il pm è d’accordo, il giudice respinge.

Il 20 ottobre 2005 la quinta sezione collegiale del tribunale di Roma, presieduta da Mario Bresciano, lo condanna, al di là di ogni ragionevole dubbio, a tredici anni di carcere. Per Cirri è un colpo durissimo e inatteso. Tenta il suicidio: prima con i lacci di scarpa, poi con il taglierino dei barattoli di pelati. Se lo ficca nello stomaco. Lo ossessiona l’idea che non potrà più rivedere più la sua famiglia. Ha lasciato la moglie che era incinta, ormai ha partorito. Ma lui è in cella. Il 6 novembre 2006 arriva la sentenza d’appello, gli anni di carcere si riducono a otto. "Le risultanze processuali – si legge nel dispositivo emesso dalla Corte d’appello di Roma – confortano il giudizio di responsabilità cui è pervenuto il tribunale. I riconoscimenti dell’imputato da parte delle persone offese paiono intrinsecamente attendibili e risultano peraltro avvalorati da numerosi ulteriori elementi indiziari".

Eppure alcune vittime dicono di aver notato un accento dialettale campano, Cirri parla romanesco doc. Sul luogo del primo furto viene rinvenuto un mozzicone Sax; nella casa di Cirri, dove non vengono trovate né l’arma né la refurtiva, c’è un pacchetto di sigarette dello stesso marchio. Dall’esame del dna si evince che non si tratta della stessa persona. Intanto sono decorsi i termini di custodia cautelare, Cirri viene liberato ma dopo la condanna in appello, su consiglio dell’avvocato, si costituisce nuovamente. E’ il 16 gennaio 2008, rimarrà in carcere fino al 28 ottobre di quell’anno. La svolta avviene agli inizi di ottobre quando un compagno galeotto gli urla: "Angelo, accendi la tv su RaiTre". Il telegiornale riporta l’arresto di Antonio de Pasquale, nel cui appartamento hanno ritrovato un’arma e la refurtiva degli stessi delitti addebitati, da oltre quattro anni, a Cirri. De Pasquale, che attualmente sconta un ergastolo per omicidio, confesserà di essere stato lui l’autore dei furti. "La cosa bella è che da quel giorno ne sono passati non so quanti altri, interminabilmente. Leggevo sui giornali che quell’uomo era il responsabile e che l’accusato era stato scarcerato. Invece mi hanno liberato soltanto il 28 ottobre".

Quando esce dalla prigione, Cirri cade per terra. "Ho sentito l’aria. Mi si sono piegate le gambe. Non mi sembrava vero". Invece era vero. Ora lo Stato gli deve 399mila euro a titolo di riparazione per errore giudizio, secondo quanto stabilito dalla Corte d’appello di Perugia nell’ottobre 2013. "Rivorrei la mia vita, non il risarcimento".

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