Alfano in sette mosse
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Alfano in sette mosse

La settimana cruciale del vicepremier tra Comunione e liberazione, i rapporti con il Partito popolare europeoe quelli con «lealisti», «sommergibilisti» e «pontieri» nel partito. Per capire dove vuole andare, e con chi.

Ogni mattina Angelino Alfano prega. Impugna il libretto di Comunione e liberazione e pratica gli esercizi spirituali. Quelli del 2013 s’intitolano: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». Di sicuro Cl si è separata dall’amore di Silvio, inteso come Berlusconi. Il vicepremier, già cattolico praticante, è stato «convertito» da Maurizio Lupi, astro (ri)nascente del movimento fondato da Luigi Giussani. Sostenitore del Cavaliere, don Giussani è scomparso nel 2005 e sembra già trascorso un secolo. Ora Cl preferisce Alfano e i suoi «governisti». Ecco sette punti per capire la strategia del vicepremier.

Il cuneo. La riunione decisiva dei dissidenti, datata 2 ottobre, si è svolta al MoMec, una sala di fronte a Montecitorio gestita dalla Fiera Milano Congressi, società dove, dal 1994 al maggio 2013, Lupi è stato amministratore delegato. Alla riunione c’era un convitato di pietra: Bernard Scholz, presidente della Compagnia delle opere, braccio imprenditoriale del movimento. Alla vigilia del voto parlamentare Scholz è intervenuto pubblicamente per augurare «una piena fiducia» al governo. Il ricco plotone di deputati e senatori ciellini ha seguito l’indicazione.

Altri parlamentari-imprenditori risultano invece sedotti dalla Confindustria di Giorgio Squinzi. Alcuni squinziani hanno fatto scouting in favore di Alfano. Il concetto è stato: a noi serve tagliare il cuneo fiscale e così il governo lo farà. Il sostegno di Cl e industriali è un beneficio che Alfano si è conquistato anche con la frequentazione del Meeting (annuale) di Rimini e dei meeting (periodici) di preghiera, eventi tra lo spirituale, il mistico e il cameratismo. A partecipare è mezza classe dirigente italiana: imprenditori, manager e giornalisti.  

Il rimpasto. Le testate italiane pullulano di firme di estrazione ciellina. E anche chi ciellino non è risulta sodale. Il caso più eclatante riguarda Ezio Mauro, amico personale del presidente di Cl, Julián Carrón. Il 24 settembre, all’Eliseo di Roma, il direttore della Repubblica ha partecipato alla presentazione della biografia su don Giussani scritta da Alberto Savorana. Sarà un caso, però La Repubblica ha archiviato le accuse feroci lanciate contro il vicepremier per il caso Shalabayeva. Di più: per l’intera estate il grosso dei giornali ha sollecitato le dimissioni di Alfano da ministro dell’Interno. Ma prima di produrre lo strappo con Berlusconi i governisti hanno trovato la copertura della stampa grazie anche alla vicinanza al capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Con i vertici giornalistici ha mediato Gaetano Quagliariello, il favorito del Colle. Ora a chiedere le dimissioni sono rimasti soltanto i falchi del Pdl, ma per le questioni italiane: «Angelino vuole il partito? Allora si dimetta dal governo».

È una possibilità che si potrebbe aprire dopo l’8 dicembre, data del congresso del Pd: Enrico Letta dovrebbe procedere con un rimpasto per riequilibrare le forze in favore di Matteo Renzi. Nel frattempo nell’esecutivo dovrebbe entrare, anche presto, il segretario del Psi Riccardo Nencini con lo scopo di ammorbidire l’accusa che questo sia un governo democristiano.
I love Merkel. È noto che Angela Merkel ha chiamato Letta per congratularsi della fiducia ottenuta. E non è un mistero che la Germania facesse il tifo per la stabilità del governo. Al punto che ora Merkel desidera incontrare Alfano. A Panorama risulta che l’appuntamento sarà a cavallo tra l’ultima settimana di ottobre e la prima di novembre.

La filiera Verdini. Alfano avrebbe chiesto ai governisti di non insistere sull’avvicendamento del direttore del Giornale, Alessandro Sallusti: «Formalmente è fuori dall’orbita del partito». Né il vicepremier pretende la testa di Sandro Bondi, che «sbaglia ma in maniera disinteressata». Ha davvero reclamato, invece, la rimozione di quella che definisce la «filiera Verdini»: Daniela Santanchè, Daniele Capezzone, Renato Brunetta e (new entry) Giancarlo Galan. Come capogruppo alla Camera, al posto di Brunetta spinge sul fedelissimo Enrico Costa per ottenere almeno la «pontiera» Mariastella Gelmini.
 Già, ma capogruppo di quale partito? La vera stratega dei governisti è Beatrice Lorenzin. Per il ministro della Salute «Forza Italia sembra Alba dorata», il partito neofascista greco. E poi il ritorno a FI è percepito all’esterno come idea della «Pitonessa» Santanchè. Perciò anche il vicepremier dubita della risurrezione azzurra e punta al mantenimento del Pdl in attesa di farlo diventare qualcos’altro. Rivendica da subito, però, deleghe piene, a partire dalla gestione della cassa e del potere di firma per le candidature. Oltre che la nomina di due dei tre coordinatori nazionali e di tutti quelli regionali.

Casini in vista. I parlamentari in «quota Monti» sono per intero (o quasi) passati con l’Udc di Pier Ferdinando Casini. Obiettivo: costituire il Ppe italiano insieme agli alfaniani. Quando? L’Udc punta sulle europee del 22 maggio 2014. Il problema è che Casini e Alfano si stimano ma diffidano l’uno dell’altro. Casini è forte dei suoi rapporti internazionali, che però Alfano sta costruendo a sua volta. Senza considerare che l’uscita dal Pdl è solo l’extrema ratio. Intanto, la lista dei dissidenti al Senato sta allungandosi: compresi i fedelissimi di Renato Schifani e i «sommergibilisti» che attendono gli eventi per schierarsi, è vicina alle 60 unità.

Gruppi o non gruppi. Berlusconi è disponibile ad accogliere molte richieste alfaniane. Però ha già risposto con un no (categorico) alla cacciata di Verdini e (meno categorico) di Brunetta. Ma tra falchi, governisti, lealisti, sommergibili, pontieri veri o presunti, vale sempre la regola del sospetto. Gli alfaniani temono che il Cavaliere stia solo prendendo tempo per recuperare la gran parte delle truppe parlamentari e poi lanciare la discesa in campo di Marina Berlusconi (che ormai ha perso la voce a furia di smentire). La risposta, dicono gli iperdissidenti, possono essere solo i gruppi autonomi. Alfano legge i sondaggi, teme l’effetto Fini e frena. Ma la pressione per l’autonomizzazione è fortissima, il vicepremier riceve ogni giorno centinaia tra sms ed email. Sono soprattutto di consiglieri e amministratori locali.

Mistero Fitto. Dopo l’intervista concessa il 7 ottobre da Enrico Letta a Sky, che puntava ad accelerare la scissione, Alfano è stato freddo con il premier perché l’uscita non era stata concordata. Poi i ministri si sono incontrati a casa del vicepremier. Lorenzin e Quagliariello sono andati in motorino, senza scorta. Da lì hanno chiamato prima Gianni Letta, loro mentore e tramite con Napolitano, e poi Berlusconi per parlare di Raffaele Fitto che chiede il congresso e le primarie. Al Cavaliere i governisti hanno detto: se Fitto e quelli che stanno dietro a lui minano il governo, la frattura non si risolve soltanto cacciando la Santanchè. Berlusconi ha assicurato che lui con Fitto non c’entra nulla e ha rilanciato: «Angelino, fa’ votare a marzo ché così diventi premier». Ma tra i dissidenti i dubbi restano. E certo non bastano gli esercizi spirituali per dipanarli.  
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