Alfano e la vecchia politica della paura (e delle poltrone)
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Alfano e la vecchia politica della paura (e delle poltrone)
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Alfano e la vecchia politica della paura (e delle poltrone)

Dietro gli "inutili idioti" gridato contro Berlusconi il terrore di finire senza potere, e poltrone (quelle che sta trattando con Renzi)

“#Alfanostaisereno”, dice Beppe Grillo nel suo ultimo hashtag, “ci pensa Renzi”. O Renzie. “Nessuna maggioranza diversa”. Il Nuovo centrodestra avrà il suo set di poltrone nell’esecutivo. Ma la considerazione che hanno di Angelino dalle parti di Firenze è rispecchiata nello sprezzo di uno dei più stretti deputati e collaboratori renziani, Dario Nardella: “Alfano parla di programmi ma pensa soltanto alle poltrone”. Insomma, anche a sinistra hanno imparato a conoscere l’“enfant prodige” e ex delfino del Cavaliere: Un vero giovane-vecchio notabile meridionale democristiano, che perde la tramontana appena vede sfuggire le poltrone e capisce che di questo passo perderà l’unica forza che fa di lui (per quanto ancora?) un azionista della politica italiana, cioè la forza distributiva di poltroncine. Pani e pesci per i suoi. 

Peccato. Fino alle ultime ore, almeno, Alfano non aveva superato quel limite di buon gusto che era anche dovuto, da parte di un (ex) giovanotto che a Berlusconi doveva tutto ma proprio tutto, dal seggio in Parlamento al timone di un grande partito (salvo poi fondarne uno suo, piccolino) e a un paio di ruoli-chiave nel Governo (Giustizia e Interni) nei quali si è distinto per l’inconcludenza (Giustizia) e l’opacità (Interni, caso Shalabayeva). Da tutti Berlusconi si sarebbe aspettato una pugnalata alle spalle, tranne che da lui, a lungo si è perfino ostinato a non considerare quello strappo come un fatto personale, come il tradimento di un figlio adottivo. Per settimane, forse mesi, non aveva voluto vedere che dentro il Pdl si era formato (e operava) un blocco inciucista che svolgeva di fatto la funzione degli “utili idioti” di sovietica memoria attraverso l’intelligenza (parola, lo ammetto, grossa) col nemico, sfociata nella scissione proprio nel momento in cui la rinascente Forza Italia si stringeva attorno al suo leader fatto “decadere” al Senato. Un tradimento bello e buono.

Da quel momento, Alfano che aveva sposato tutte le cause bipolariste e maggioritarie, ridimensionato a leaderino di Ncd, si è trovato a difendere le pessime ragioni di tutti i piccoli partiti dediti al ricatto e alle manovre di Palazzo. Smentendo il proprio passato, disconoscendo le proprie origini, approfondendo il solco con Berlusconi e con Forza Italia.

Berlusconi non ha reagito, di fatto. Ha dato indicazioni ai suoi di non infierire su Alfano, di lasciare aperta la porta dell’ovile per il rientro della pecorella (delle pecorelle) smarrita/e. Niente da fare. È bastato che nel linguaggio estremo di un comizio elettorale in Sardegna il Cavaliere accusasse Alfano e i suoi di essersi comportati da “utili idioti” appoggiando il governo della sinistra, da stampelline nell’armadio del Pd, perché Angelino scattasse come un sol uomo, perdendo la testa e dimenticando di colpo chi è (e com’è arrivato dov’è): “Ho visto un Berlusconi irriconoscibile ai miei occhi, rabbia e rancore non sono stati mai connotati del Berlusconi che conoscevo. Forza Italia a forza di calci è passata dal 38 al 22 per cento, se vuole continuare così faccia pure”. E poi: “Berlusconi in questi anni si è circondato di troppi inutili idioti”

Già, forse. Ma dov’era Angelino se non al suo fianco, beato, giulivo e ben allineato tra quelli che oggi bolla come “idioti” (utili o inutili, dipende dai punti di vista)? Dov’era in tutti questi anni, se non tra Palazzo Grazioli e il partito in Via dell’Umiltà (ma quale umiltà)? L’unico motivo che spiega la reazione sopra le righe e per nulla democristiana di Alfano alle battute da comizio di Berlusconi, è la paura. L’agitazione per tutto quel traballare di poltrone e poltroncine. Paura di restare tagliato fuori dal potere oggi ma soprattutto domani. Paura di fare la fine di Fini, mancando ad Angelino quell’astuzia politica da navigatore di tutte le Repubbliche che è invece la qualità innata con la quale Pier Ferdinando Casini riesce a sopravvivere, anche con una sua solitaria dignità. 

“Alfanostaisereno”. Peggio di così non puoi fare.  

    

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