Afghanistan anno zero
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Afghanistan anno zero

Dopo l’addio delle truppe internazionali, l’Afghanistan è a un bivio: andare avanti con le proprie gambe oppure sprofondare ancor più nella guerra civile. La guerra è servita?

Negli anni Ottanta un anziano mujahed afghano andava orgoglioso di combattere contro l’Armata rossa con il suo vecchio fucile Enfield britannico. Il padre lo aveva strappato in battaglia a un soldato di Sua maestà il secolo prima. Oltre tre decenni dopo l’invasione sovietica, la guerra in Afghanistan continua. Ma questa volta tocca alla Nato battere in ritirata alla fine del 2014, logorata da un lungo intervento dove non è chiaro se abbia vinto o perso.

Dopo l’addio delle truppe internazionali, l’unica certezza è che l’Afghanistan si troverà di fronte a un bivio cruciale: andare avanti con le proprie gambe nonostante i talebani oppure sprofondare ancor più nella guerra civile. «Kabul non cadrà nelle mani del mullah Omar come è accaduto nel 1996» sostiene Bahram Rahman, analista del centro studi canadese Atlantic council. «I negoziati con gli insorti per un accordo di pace continuano e potremmo vederne presto i frutti».

Le prime elezioni presidenziali senza Hamid Karzai, il capo dello stato al potere dal crollo dei talebani (al suo secondo e ultimo mandato), si terranno il 5 aprile con 11 candidati. Nessuno sembra emergere nella sfida elettorale. Il ministro degli Esteri Zalmay Rassoul e l’ex responsabile della Difesa Rahim Wardak si contenderanno la presidenza con il signore della guerra Abdul Rasul Sayyaf, con il tecnocrate filooccidentale Ashraf Ghani Ahmadzai e con il candidato storico, ma un po’ appannato della forte minoranza tajika, Abdullah Abdullah. Qayyum Karzai si presenta, ma non ha incassato l’appoggio del fratello presidente. Alle presidenziali partecipa anche Qutbuddin Helal, ex Hezb i Islami, il partito armato fondato da Gulbuddin Hekmatyar, che combatte contro la Nato in Afghanistan.

La vera domanda non è chi vincerà le presidenziali, ma che cosa farà il capo dello stato uscente dopo il voto. In forte difficoltà, per rimanere sulla scena Karzai vorrebbe influenzare dietro le quinte il nuovo capo dello stato, ma strizza anche l’occhio ai talebeni per negoziare il futuro del paese. Certo è che si sta mettendo di traverso con gli americani, suoi padrini dopo l’11 settembre, rifiutandosi di firmare l’accordo sulla sicurezza con Washington. Dopo la chiusura della missione Nato Isaf, a fine 2014, dovrebbero restare nel paese 8 mila soldati Usa nelle grandi basi come Bagram. Ma Karzai è talmente ostinato che a Washington si sta facendo strada l’idea dell’opzione zero, ovvero del ritiro totale, come in Iraq, che sarebbe un disastro.

Non solo: senza accordo sulla sicurezza, il Congresso statunitense boccerà i 4 miliardi di dollari all’anno promessi alle forze di sicurezza afghane. L’esercito e la polizia di Kabul hanno 350 mila uomini, ma subiscono perdite sempre più ingenti, con picchi di 100 morti alla settimana. Il generale statunitense Joseph Dunford, comandante della missione internazionale Isaf, ha dichiarato che ci vorranno altri cinque anni prima che gli afghani possano combattere da soli. «Le forze di sicurezza tengono le città, le strade principali e i posti di frontiera, però nell’entroterra il loro controllo è minimo» ammette l’analista Rahman, che ha lasciato il paese.

Il ministro della Difesa italiano, Mario Mauro, rivela che nell’Afghanistan occidentale «alla fine del 2014 rimarranno al massimo 800 soldati italiani» (le fotografie di Mauro Galligani pubblicate in queste pagine sono una testimonianza dell’operato delle nostre forze armate nel paese). La Nato ha previsto una nuova missione di appoggio e addestramento con 12 mila uomini (per due terzi americani), che si chiamerà Resolute support.

La sfida dell’Afghanistan per uscire dal lungo tunnel della guerra si giocherà sul tesoro del sottosuolo, ancora in gran parte inesplorato, che vale 1.000 miliardi di dollari. Non a caso il potente vicino cinese è il più importante investitore straniero in Afghanistan nelle risorse naturali. Grazie al gruppo di società Hiwad, controllato dalla famiglia Karzai, la Cina ha investito nel bacino petrolifero dell’Amu Darya e nella miniera di rame di Aynak, la seconda al mondo.

Dalla caduta del regime talebano, l’Afghanistan è stato sorretto con 60 miliardi di dollari in aiuti. Il 70 per cento della popolazione vive ancora grazie all’agricoltura. Le piantagioni di papavero e il traffico di oppio sono la più grande industria del paese. Nell’ultimo anno la produzione di eroina (5.500 tonnellate) è aumentata del 49 per cento, mantenendo il primato globale dell’Afghanistan. Il nuovo problema è che, all’interno del paese, i tossicodipendenti sono schizzati a 1,6 milioni, il 5,3 per cento della popolazione, uno dei dati più alti al mondo.

Il bicchiere mezzo pieno è il forte bisogno di istruzione dei giovani afghani, che hanno un tasso di iscrizione scolastica del 65 per cento, anche se solo il 15 per cento conclude le scuole superiori. I talebani hanno espanso il loro controllo in 11 province del paese, ma sono profondamente divisi. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, fra 10 e 12 mila insorti sono stati uccisi, feriti o catturati nell’ultimo anno.

L’Afghanistan non crollerà come un castello di carte nelle mani degli insorti, eppure la gente ha paura e comincia a fuggire. Lo conferma Rahman, l’analista afghano che vive in Canada: «La mancanza di visibili progressi nella pace con i talebani, le norme sempre più conservatrici, lo scarso rispetto dei diritti delle donne, delle minoranze e la mancata prosperità economica stanno aumentando l’esodo».

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