5 motivi per cui Forza Italia non è in crisi
ANSA/ANGELO CARCONI
5 motivi per cui Forza Italia non è in crisi
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5 motivi per cui Forza Italia non è in crisi

Dal ruolo del leader a quello del messaggio politico, cosa c'è di solido nel partito al di là dei rancori personali

Strani questi sondaggi: sono settimane, forse mesi, che non si parla d’altro che della crisi di Forza Italia, dilaniata dalle lotte intestine, sul punto di disgregarsi, dove Berlusconi non controlla più nulla, tutti sono in rivolta contro il “cerchio magico”, i filo-renziani sono sul punto di andarsene, gli anti-renziani pure, c’è chi evocagli ultimi giorni di Salò o la ridotta valtellinese… eppure i sondaggi, che parlano l’arido linguaggio delle cifre, sembrano insensibili a quest’atmosfera di Götterdämmerung: del wagneriano crepuscolo degli Dei non c’è traccia nei numeri sfornati regolarmente dai diversi istituti. Il consenso di Forza Italia rimane più o meno stabile, agli stessi livelli da un anno a questa parte, da quando Berlusconi è stato costretto a limitare moltissimo il suo ruolo. Anzi, nelle ultime settimane è dato mediamente in leggera crescita. Da cosa dipende? I  sondaggisti non sanno fare il loro mestiere? Oppure sono politici, politologi e giornalisti a prendere l’ennesima cantonata? Proviamo a dare delle risposte:

1 - Il consenso

Il consenso a Forza Italia è consenso a Berlusconi (e il dissenso da Forza Italia è dissenso da Berlusconi). Anzi, per la verità, il consenso personale a Berlusconi è molto superiore al consenso elettorale a Forza Italia. Come tutti i leader molto forti, Berlusconi polarizza pro o contro di sé l’opinione pubblica. Non c’è praticamente nessuno, fra gli elettori, che voti Forza Italia senza apprezzare Berlusconi. Il fatto che ci siano o non ci siano Fitto, Verdini o Bondi, sposta il voto dei loro familiari e poco più. Anzi, vi è una fascia di elettori che stima Berlusconi ma non l’apparato dei colonnelli di Forza Italia. Se questi se ne vanno, quegli elettori non piangeranno di certo.

2 - Il ruolo del leader

Più in generale, piaccia o no, la politica in Italia è un confronto di leader: Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini sono i protagonisti. Gli altri sono comprimari. Il consenso al Governo non dipende da Padoan, da Gentiloni, da Poletti o dalla Boschi. Le numerose scissioni subite dai Grillini non hanno nessuna relazione diretta con la perdita di consensi del Movimento 5 Stelle (basta seguire l’andamento nel tempo dei sondaggi per accorgersene). La stessa Lega non è più che tanto preoccupata della fuoruscita di un leader popolare come Tosi, che infatti non ha inciso nelle rilevazioni più recenti dell’umore degli elettori.

3 - Il valore della notizia

Come dice un vecchia e abusata massima giornalistica, il cane che morde un uomo non è una notizia, l’uomo che morde un cane sì. Per questo il dissenso è tanto rumoroso. Così rumoroso da sembrare importante. Certo, se uomini per anni vicini a Berlusconi se ne vanno la cosa suscita curiosità, e attenzioni più o meno interessate. È normale che i giornali ne parlino. Ma Forza Italia è costituita da migliaia di persone (oltre centomila gli iscritti di quest’anno, un numero sorprendente rispetto alle attese, e che sconfessa chi parla di partito in disarmo): aderenti che – vuoi perché meno famosi, vuoi perché non dissentono – fanno meno notizia e suscitano meno curiosità, però esistono e costituiscono l’ossatura del partito.

4 - Il valore del messaggio politico

I partiti di Governo sono molto più ricattabili. Per chi governa, perdere un pugno di deputati o di senatori può significare il venir meno della maggioranza. Per chi è all’opposizione, conta l’efficacia del messaggio politico, perché la logica dei numeri parlamentari è comunque soccombente. Dunque mentre nella scorsa legislatura la possibilità di governare per Berlusconi è stata compromessa dal tradimento di alcuni deputati eletti nelle sue file, questa volta l’uscita di qualche deputato o senatore non ha alcun effetto concreto.

5 - Potere e rancori personali

Tutte le persone che hanno fatto le liste del PDL alle ultime elezioni oggi o sono uscite da Forza Italia (Alfano, Schifani, Cicchitto, Lupi) oppure sono fra i dissidenti in odore di partenza (Verdini, Fitto). Hanno incluso o escluso secondo i loro criteri e i loro interessi, solo blandamente controllati da Berlusconi. In queste condizioni sarebbe strano che non avessero un po’ di seguito nei gruppi parlamentari (che non sono il Partito, e tantomeno gli elettori). Anzi, il fatto che non ne abbiano di più, nonostante queste condizioni favorevoli, è proprio la dimostrazione del fatto che non rappresentano altro se non i propri rancori personali.

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