Vittorio Grigolo e la lirica: perché è intramontabile

"Ha l'anima che i social non hanno" dice il tenore alla Scala con Rigoletto. La sua battaglia: tornare alla tradizione verdiana, con le orchestre a 432 Htz

Vittorio Grigolo

Il tenore Vittorio Grigolo – Credits: Getty Images

Costanza Cavalli

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Il tenore Vittorio Grigolo ("di solito mi firmo V. G. come Verdi Giuseppe") compare alle 16 all'uscita degli artisti, in via Filodrammatici a Milano. Ha appena finito le prove per il Rigoletto che andrà in scena alla Scala (debutto il 13 gennaio) con repliche fino al 6 febbraio. Sorriso sornione, posa da star americana, capelli spettinati ad arte, cuffie alle orecchie («ascolto la radio, vado abbastanza a caso»), il 38enne italiano che Luciano Pavarotti definì "un signor tenore" torna in Europa dopo anni vissuti a Los Angeles.

Perché è così affezionato al Rigoletto?
È un'opera che fa parte dell'immaginario collettivo. Basta pensare a Bella figlia dell'amore riproposta nel film Amici miei. Con la Traviata, è l'opera italiana per antonomasia. Sono arie che puoi sentire anche in un supermercato americano. Il Duca, che interpreto, ha un carattere affascinante: viscido, calcolatore, è un Don Giovanni, ma quando s'innamora diventa Romeo per ogni sua amata. Ed è capace di evolversi: nell'aria Parmi veder le lagrime c'è la svolta, dice "colei sì pura, il cui modesto sguardo, quasi spinto a virtù talor mi credo", si rende conto della sua meschinità.

È il suo ruolo preferito? Ci sono ruoli che vestono meglio la sua voce?
Il mio ruolo preferito è sempre quello che sto interpretando. Questo veste bene i colori della mia vocalità. Ho una voce che si addice molto al Rigoletto, alla Traviata, alla Bohème. Poi, noi interpreti mischiamo la nostra vita con il personaggio. E in questo momento è un ruolo che rispecchia la mia esistenza: amo quello che mi circonda, amo vivere, cerco la novità. Dalla seconda metà di quest'anno partirà il mio tour in tutti i più grandi teatri d'Italia: è la realizzazione di un sogno. Avrà un programma pieno di sorprese, ma non posso rivelare niente.

Che cosa ha portato in America? E che cosa dell'America ha riportato in Italia?
In America ho portato il bagaglio culturale, di esperienze e sofferenze. In Italia non è facile farsi strada. In America mancava un tenore italiano dalla linea belcantista e con una dizione precisa. Penso sempre di avere di fronte a me un pubblico di bambini e quindi vorrei far capire loro quello che dico. L'America mi ha regalato un riconoscimento artistico, che mi verrà consegnato il prossimo 3 maggio, l'Atlantic council's distinguished artistic leadership award (già ricevuto da Bono, Tony Bennett, Quincy Jones per citarne alcuni, ndr.). Gli americani poi non si fermano alle note, giudicano l'artista nel complesso. Questo lo dovremmo imparare: andare a teatro per divertirsi, non come fosse un secondo lavoro. Negli Usa, inoltre, ho conosciuto grandi personaggi: Oscar de la Renta ( lo stilista americano morto nel 2014, ndr.) mi ha inserito nel mondo della moda e della politica. Ho pranzato con i Clinton, con Henry Kissinger. Hillary Clinton, cui avrei dovuto dare un mio pezzo per la campagna elettorale, mi ha appena comunicato che non è stato approvato dal comitato perché non è di un autore americano.

L'anno scorso, durante la tappa di "Panorama d'Italia" a Varese, ha detto che l'Italia stende tappeti rossi ai propri artisti solo dopo che sono stati acclamati all'estero. Una sorta di fuga di talenti. Non pensa che in un mondo globalizzato non ci sia nessun posto dove fuggire, ma semplicemente si viaggi?
In Italia è molto difficile avere successo se non vieni prima consacrato all'estero. Ma forse è un bene, ci sprona a fare meglio. Poi certo, siamo ormai cittadini del mondo. Facebook ci ha catapultato nel "villaggio globale" di Marshall McLuhan. Ma ha messo fuori gioco le sensazioni. Per questo l'opera continua ad avere valore: è voce che sgorga dall'anima, dal diaframma, dal punto G delle emozioni. Se prescindiamo da questo, abbiamo una conoscenza falsata della realtà.

Che rapporto ha con la musica nativa americana: il jazz, il blues?
Vivo jazz, blues e soul attraverso la tradizione partenopea. La vera musica nativa è quella degli indiani americani, e degli africani che lavoravano nei campi. È una reazione alla schiavitù: erano legati con il corpo, ma l'anima doveva vibrare. Lucio Dalla mi diceva "l'unica cosa importante della musica è il groove (ritmo): senza groove non c'è anima".

Aretha Franklin canta per quattro minuti a 73 anni e il mondo si alza per applaudire. Per il canto lirico questo non succede. L'ultimo che ha smosso i palchi è stato Pavarotti. Che cosa manca alla musica lirica oggi per avere un respiro popolare e mondiale?
(Il video di Aretha Franklin non l'ha visto, lo guardiamo insieme. Lui prima fischietta, poi imita il suono di una tromba, accompagna Aretha e infine intona Natural Woman a piena voce ). I cantanti lirici mancano di verità, Aretha Franklin si mette a nudo. Questo deve fare un artista, come faceva Pavarotti. Bisogna rischiare per essere credibili: se ti metti a nudo è possibile che tu non appaia bellissimo, ma almeno sei vero. Aretha ha la fortuna di cantare una canzone moderna, noi abbiamo arie di 200 anni fa. Però non è vero che l'opera non parla: nei talent show se arriva uno che canta Nessun dorma, tutti si alzano.

E la soluzione qual è? Il Volo?
No, i tre del Volo non sono cantanti d'opera, non sono allenati alla fatica e mai faranno opera, a meno che non si mettano a studiare la propria voce e il repertorio. Giuseppe Verdi accordava gli strumenti delle sue orchestre su una frequenza "aurea": il "La" centrale sulla tastiera del pianoforte era intonato a 432 hertz. Oggi l'accordatura è a 440, con suoni più aggressivi.

È vero che una sua battaglia è riportare le orchestre alla tradizione verdiana?
L'universo è accordato a 432. Anche il sangue scorre così. La frequenza 440 come standard fu imposta da Goebbels, ma oggi non abbiamo bisogno di fare la guerra. Voglio una musica che faccia fare l'amore.

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