Gabriele Antonucci

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"L'arte non deve mai tentare di farsi popolare. Il pubblico deve cercare di diventare artistico".

Questa frase di Oscar Wilde esplica bene la mission dell'ultima edizione del Torino Jazz Festival, la cui direzione artistica di Diego Borotti e Giorgio Li Calzi ha dato ampio spazio alle sperimentazioni, con scelte coraggiose rispetto ad altre rassegne più "mainstream", mettendo in dialogo grandi artisti internazionali con alcuni dei migliori jazzisti del territorio in numerose produzioni originali realizzate appositamente per il festival.

Il jazz, per la sua natura, è una musica mutante e in continua evoluzione, in grado di inglobare e di rielaborare le influenze più disparate, fino a trasformarle in una nuova sintesi.

Influenze che sono state rappresentate in tutte le loro molteplici sfumature nella settima edizione del Torino Jazz Festival, una delle più importanti manifestazioni italiane dedicate a questo genere così affascinante, che ha richiamato 25.000 spettatori (12% in più rispetto al 2018) in nove giorni, trasformando il capoluogo piemontese nella capitale italiana della musica improvvisata di matrice afroamericana.

La rassegna diffusa nella città ha coinvolto circa 320 musicisti per 82 concerti di cui 70 a ingresso gratuito, per quelli a pagamento si è realizzato quasi sempre il tutto esaurito (19 concert - 53 jazz clHUB - 6 special - 4 open air) 40 jazz blitz, 3 marching band, 2 giorni di meeting, 1 workshop e 1 mostra.

Il racconto del festival

Ieri sera John Paul Jones, leggendario bassista e co-fondatore dei Led Zeppelin, ha presentato al Conservatorio Verdi il progetto sperimentale Tres Coyotes insieme ad Anssi Karttunen, violoncellista di talento a suo agio con i classici e con la musica contemporanea, Magnus Lindberg, compositore tra i più apprezzati in Europa.

Il nome del gruppo è stato spiegato dagli stessi componenti del trio: "I coyote sono animali ricchi di risorse. Si adattano in fretta all’ambiente modificato dall’uomo. E più gli uomini intervengono sul paesaggio più i coyote espandono il loro raggio d’azione. I coyote vivono in gruppo, ma possono essere solitari e individualisti. Sono esseri mitologici,sono ribelli alle convenzioni".

I Tres Coyotes, in un mondo dove vengono edificati muri per limitare le persone, vogliono che la musica rimanga uno spazio aperto, travalicando le rigide distinzioni di genere.

Il concerto è stato suggestivo e onirico, con sonorità contemporanee lontanissime dai furori hard rock degli Zep. 

John Paul Jones si è diviso tra basso elettrico ed ukulele, mettendosi quasi al servizio delle ardite sperimentazioni dei suoi compagni di viaggio, ma il suono tridimensionale del suo basso è ancora oggi in grado di evocare stagioni musicali lontane e indimenticabili.

Il concerto di eri è stato il secondo in assoluto della nuova formazione, di cui non sono disponibili in rete né brani, né video su Youtube. 

La scintilla artistica con Karttunen e Lindberg è scattata tre anni fa durante una masterclass a Santa Fe. Il loro progetto è all'insegna della massima libertà espressiva: "Suoniamo e ci limitiamo a lasciare che la musica faccia il suo corso. Non abbiamo ancora fatto piani per il futuro".

In serata le OGR hanno ospitato un triplo concerto: Michel Portal & Flavio Boltro BBB Trio, Enrico Rava New Quartet 'Rava 80' e Nik Bärtsch piano solo.

Portal, leggenda vivente del sax e del clarinetto, è stato chiamato a partecipare al BBB trio di Flavio Boltro, uno dei migliori trombettisti europei, che vent'anni fa fu scelto proprio dal grande musicista francese come componente del suo quintetto.

Enrico Rava, decano della tromba jazz in Italia, ha festeggiato gli 80 anni, portati splendidamente, con l'esibizione nella sua Torino con il New 4et, formata dai giovani e talentuosi Francesco Diodati alla chitarra, Gabriele Evangelista al contrabbasso ed Enrico Morello alla batteria.

Il mix tra la maturità espressiva di Rava e la freschezza giovanile della band, già apprezzato nell'album Wild Dance, ha dato vita a un concerto pulsante e sorprendente.

La serata è stata chiusa dal minimalismo jazz, di forte impatto emotivo, del musicista Nik Bartsch, che si è esibito in un intenso piano solo.

La sera del 3 maggio abbiamo assistito al live applauditissimo e molto partecipatato di Kyle Eastwood, bassista e figlio maggiore del leggendario Clint, che ha condiviso con il padre la passione per il jazz, componendo le magnifiche colonne sonore di Mystic River, Million Dollar Baby e Invictus.

Il concerto, chiamato Gran Torino, è stato un doppio omaggio alla città e alle grandi colonne sonore, tra cui Grande Cinema Paradiso e naturalmente Gran Torino, la cui eponima canzone è stata composta a quattro mani da Kyle e Jamie Cullum.

Musiche che hanno esaltato il sax emozionante e ricco di lirismo di Stefano Di Battista, artista dotato di un'eccezionale comunicativa.

Davvero esaltante l'esibizione all'Auditorium del grattacielo di Intesa Sanpaolo del trio torinese Accordi Disaccordi, una delle più interessanti realtà del jazz manouche italiano, impreziosita dallo straordinario violinista Florin Niculescu, allievo di Stéphane Grappelli, e dai racconti dell’attore e regista Giorgio Tirabassi sulla movimentata vita di Django Reinhardt.

Alessandro Di Virgilio ha suonato per l'occasione una chitarra Selmer utilizzata da Django Reinhardt durante la permanenza italiana del 1948.

Ci è piaciuto molto anche il live di Giovanni Guidi all'Aula Magna del Politecnico, dove ha presentato il suo nuovo album Avec Le Temps, pubblicato dalla ECM, il cui titolo è ispirato a uno dei brani più toccanti del repertorio di Leo Ferré

Il concerto si è caratterizzato per la particolare enfasi sul versante melodico e lirico del leader, affiancato tra gli altri da da Francesco Bearzatti e Roberto Cecchetto, che non disdegna ampie digressioni in territori meno esplorati. 

Il jazz scandinavo, da sempre fucina ricca di talenti, è stato rappresentato il 2 maggio dal progetto Rymden, un super trio composto dal norvegese Bugge Wesseltoft con due terzi del gruppo svedese E.S.T. dello sfortunato pianista Esbjorn Svensson (prematuramente scomparso dieci anni fa) e il 3 maggio dal quartetto del chitarrista sperimentale Eivind Aarset.

Rymden significa “spazio”, “universo”: nome che chiarisce l’estetica del gruppo, che suona musica scandinava, ma senza un sound scandinavo.

A lungo pilastro del gruppo di Nils Petter Molvaer, Eivind Aarset ha lavorato anche con Jon Hassell, Laurie Anderdson, Bill Laswell e Sly & Robbie.

La band norvegese ha dato vita a groove ipnotici grazie all'uso avventuroso della tecnologia, lasciando ai solisti la massima libertà espressiva.

Le dichiarazioni dei direttori artistici

“Nel Jazz ogni piccolo o grande evento si trasforma necessariamente in un avvenimento culturale e sociale insieme – sottolinea Diego Borotti -; si forma una compagnia teatrale temporanea nella quale le dinamiche relazionali e le discussioni su temi alti e bassi si mescolano indistinte. Trovare una chitarra a chi ha perso l’aereo, un saxofono a chi lo deve riparare o ragionare di fino con un artista sulla ‘scaletta’ di scena, fanno parte dello stesso vortice. Tutto questo ‘maelstrom’ è generato dalla tensione verso la performance: pochi minuti di grande intensità preceduti e seguiti da mail, telefonate e viaggi infiniti. Un condensato dell’attività di molte persone che hanno lavorato per rendere musica e spettacolo intensi e interessanti, se non indimenticabili. Quando produttori, musicisti, pubblico, giornalisti, maestranze di ogni specialità si stringono intorno a un evento con le proprie competenze e la propria passione il successo è garantito. Credo che il TJF 2019 sia stato soprattutto questo e quindi il mio senso di gratitudine verso tutti è enorme”.

“Torino Jazz Festival 2019 si chiude con una straordinaria partecipazione di pubblico – dichiara Giorgio Li Calzi -. Un pubblico che ha riempito per 9 giorni sale da 100, 300, 700 e 1200 posti per ascoltare con curiosità concerti assolutamente inediti: dalle produzioni originali tra star internazionali e eccellenze italiane ai nomi di grande statura artistica, spesso di confine tra i vari generi musicali. Come la mescolanza tra i generi musicali è un elemento fondamentale per il jazz, così per noi è importante la diversità di pubblico che assiste a doppi concerti di genere opposto alle Ogr. È interessante creare dibattiti e connessioni con gli spettatori della musica classica e rock che seguono i concerti di jazz. Questa secondo anno di direzione artistica è stato un anno di conferme: l’affetto e la fiducia trasmessi dai musicisti, dagli operatori, dal pubblico e dai giornalisti ci serviranno a fare di più. Per la prossima edizione abbiamo in mente di realizzare un festival con nuovi e inaspettati elementi di grande stimolo per chi segue la musica.”

Tra i protagonisti che hanno segnato questa edizione del TJF si segnalano Joshua Redman, Fred Frith, Enrico Pieranunzi, Jon Balke, Randy Brecker, Bugge Wesseltoft, Kyle Eastwood, Stefano Di Battista, Eivind Aarset, John Paul Jones e i Tres Coyotes, Arto Tuncboyaciyan, Ernst Reijseger, Jim Black, Sidsel Endresen, Icp Trio Feat Han Bennink & Clgensemble, Deborah Carter, Don Menza, Don Moye, Peter Evans e Levy Lorenzo, Enrico Rava, Michel Portal e Flavio Boltro .

Dimora fissa dei principali spettacoli del Festival sono stati il palco delle OGR, il Piccolo Regio ‘Giacomo Puccini’, il Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’, l’Aula Magna ‘Giovanni Agnelli’ del Politecnico, l’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo e la Sala Conference di CNH Industrial Village.

In questa edizione tantissimi sono stati i partecipanti agli appuntamenti ‘Open Air’: per avvicinare il più possibile nuovi pubblici alla musica, il TJF si è arricchito di questa nuova sezione.

Le marching band hanno portato il jazz nelle strade, nei mercati, in giro per i quartieri e, in occasione della Giornata Unesco della Danza, domenica 28 aprile, un affollato spettacolo in piazza San Carlo.

Tanti anche gli appassionati e i curiosi che hanno riempito i club torinesi coinvolti nel Festival, assistito a mostre, incontri ed eventi a tema.

Da sottolineare, come già lo scorso anno, l'impatto sociale della rassegna con il successo dei concerti ospitati nei luoghi di assistenza e nelle strutture di accoglienza.

Il Torino Jazz Festival tornerà nel 2020 dal 26 aprile al 3 maggio.

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