Musica

Un giorno vissuto dentro l’utopia di Tomorrowland

Racconto dal festival di musica elettronica per eccellenza, una repubblica provvisoria fondata sul divertimento

Tomorrowland-apertura

Marco Morello

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da Boom, Belgio

Dentro la pancia di Tomorrowland, su questo pratone circondato da un semicerchio di collina tutto corpi che si agitano, la musica travolge come un vento violento. Soffia sul volto prima d’insinuarsi nelle orecchie assieme a troppi altri stordimenti: fumi, luci, cascate d’acqua, fuochi d’artificio, chiacchiere sommerse dall’urlo dei bassi, spintoni innocui e ripetuti. È un solletico perenne per i sensi, una congiura di sovrabbondanze che nessun video sullo smartphone potrà mai sognare di registrare.

La città del sole della dance

Ma non è questo il potere del festival di musica elettronica più celebrato d’Europa (e forse del pianeta). Per coglierlo, bisogna distrarsi. Ignorarne gli effetti speciali, dare le spalle al palco ciclopico e incrociare gli occhi altrui. Sono 200 mila, hanno tra i 18 e i 60 anni – impensabile, ma evidente, tanta trasversalità anagrafica – tutti sorridono, cantano, saltano, si sbracciano e s’abbracciano, interrompono sé stessi in un momento di serenità collettiva. Che sia un’illusione o una sbornia transitoria poco importa: Tomorrowland è una pillola della felicità che fa sciogliere dentro il suo ventre di note, fa perdere in una città del sole, un’utopia fondata sul divertimento. La bellezza è stordimento.

 

L’ovvio e il sorprendente

Ci sono il parrucchiere e l’ufficio postale, piscine e cucine da tutto il mondo, come in un paesetto con velleità da metropoli cosmopolita. L’ovvio è il pubblico in arrivo da dovunque, l’oceano di bandiere, i look hippie e quelli stravaganti (costumi da banane, dinosauri, Pikachu e personaggi della tv), reminiscenze alla Woodstock in chiave molto svestita, tatuata e contemporanea. Meno scontato è questo paternalismo non di maniera che ricorda ai presenti, con cartelli sparsi un po’ ovunque, di bere tanta acqua e spalmarsi la crema per non scottarsi, non tuffarsi nei laghetti per non prendersi un batterio micidiale, come farebbe una madre affettuosa che tiene al benessere dei suoi figli.

Ricordi e incontri

Senso della premura che si mescola con quello dell’accoglienza: la coppia gay che si sposa tra un set e l’altro, le tante che si tengono liberamente per mano; gli spettatori sulle sedie a rotelle, quelli che agitano verso l’aria le stampelle. C’è posto per tutti. E quando non c’è, lo si trova stringendosi ancora. Perché si balla sì, ma in verticale, saltando sul posto oppure oscillando appena, meglio se all’unisono. Ci sono file dappertutto: per bere e per mangiare, comprare un souvenir – magliette, cappellini, gioielli e pendagli – o farsi un tatuaggio; al bagno per lavarsi le mani o spruzzarsi un sorso di deodorante, antidoto gratuito ai fiumi di sudore. Qualcuno tenta di scavalcare, per molti altri è il momento perfetto per socializzare: «Where are you from?», «Di dove sei?» chiede un ragazzo tedesco alla giovane spagnola che lo precede. La coda si sfoltisce, l’imbarazzo si scongela, le chiacchiere decollano. Andranno via insieme, una porzione di patatine belghe affogate nella maionese da dividere.   

Macro e micro

Tomorrowland è il regno dell’immenso, della ruota panoramica che svetta sul formicolare di corpi, del «main stage» con il cavalluccio marino più alto di un gigante che ammicca e scodinzola, quello con il dragone femmina le cui ali di tela mettono la museruola al sole. Ma Tomorrowland è anche una somma di momenti più raccolti: il palco incastrato in una caverna, la tenda collegata da un pontile accanto a quello «Leaf by Jbl», dove due ballerini danzano lentamente per pochi intimi alla volta. Requisito minimo per essere ammessi alla performance: farsi disegnare un cuore sulle braccia o sul volto con un pennarello dall’inchiostro fluorescente. «In questo festival tutto è curato nei minimi dettagli. La musica fa parte di un’esperienza più grande, ha la capacità di far entrare in uno stato d’animo» commenta Lewis Hughes, responsabile marketing per l’area Emea di Harman, tra i partner della manifestazione.

Product placement massiccio

A rendere possibile l’opulenza dei festival, al di là dei biglietti esauriti in meno di un attimo, sono proprio i suoi tanti sponsor. Il drink ufficiale fatto con quella marca di vodka, l’ufficio del turismo che cerca di catturare prenotazioni per la sua destinazione, hotel, banche e sigle di elettrodomestici. Il giro d’affari è enorme, ma i soldi qui sono banditi. Si paga in perle memorizzate nel braccialetto, il lasciapassare elettronico, il passe-partout della manifestazione: senza non si entra, non si accede al campeggio o alle aree vip, non si mangia, né si apre l’armadietto o si fa shopping. Si ricarica da casa o tramite sportelli appositi che accettano contanti e carte di credito, ci s’imbroglia nella conversione specie quando non si è stati troppo morigerati con i cocktail.

L’imbarazzo della scelta

Camminare da un punto all’altro di Tomorrowland richiede una mezz’ora buona visti i rallentamenti per gli ingorghi di gambe. Si inizia la giornata con una stima molto ottimistica dei dj che si vorrebbe ascoltare, ci si arrende all’evidenza dell’impossibile o ci si lascia attrarre da una hit che arriva da un palco di passaggio, finendo per mandare all’aria l’intera agenda. L’offerta è talmente ricca da permettersi quelle che altrove sarebbero impensabili eresie: Martin Garrix in contemporanea con Alesso, leggende come Fatboy Slim nella stessa fascia oraria di un titano della trance come Armin Van Buuren. Inutile prendersela, piangere sul set mancato: la musica è solo un’ancella dell’atmosfera. Che si dissolve proiettandosi nella sua tentazione più dolce: tornare l’anno prossimo nella terra di domani, alla ricerca del deejay perduto.

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