Gabriele Antonucci

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I luoghi comuni sono sempre i più affollati e uno dei luoghi comuni più errati della critica musicale è che gli anni Ottanta siano un decennio da dimenticare, ciarlando spesso a sproposito di "yuppiesmo", pop plastificato e di "edonismo reaganiano".

Forse ci si dimentica che in quel periodo si sono affermate band come U2, The Cure, The Smiths, R.E.M, New Order e Talking Heads o che hanno raggiunto il loro apice stelle della musica black quali Michael Jackson e Prince.

Tra le stelle più luminose dell'epoca spiccano i Tears For Fears, duo da oltre 30 milioni di dischi venduti composto da Roland Orzabal, cantante, chitarrista e compositore, e da Curt Smith, cantante e bassista.

Il gruppo fu inizialmente associato ai movimenti new wave e new romantic ma presto irruppe nel mainstream delle grandi hit parade internazionali, sebbene il loro synth-pop malinconico, in perfetto equilibrio tra elettronica e strumentazione analogica rock, sia sempre rimasto ancorato a temi non banali.

Il nome del duo deriva da un trattamento psicoterapeutico sviluppato dallo psicologo Arthur Janov, nel corso del quale il paziente riprova le primissime sensazioni dell'età perinatale, da cui il nome "Tears for Fears" (lacrime di paura).

A Milano hanno fatto registrare il sold out con un anno di anticipo per lo show che hanno tenuto a febbraio al Mediolanum Forum. Anche a Padova i biglietti sono esauriti in pochi giorni.

Adesso i Tears For Fears hanno ricambiato l’affetto del pubblico Italiano con due nuove date estive a Roma e a Lucca (il 10 luglio).

Si respirava l'atmosfera delle grandi occasioni, ieri sera alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica (da tempo sold out), per il ritorno nella capitale dopo 29 anni della band inglese, che ha da poco pubblicato la raccolta Rule The World con due brani inediti (onestamente non memorabili).

È stato sicuramente memorabile il concerto di ieri sera, il cui unico difetto è stata la lunghezza, un'ora e mezza bis compreso, ma l'intensità e l'eccellente qualità delle esecuzioni hanno soddisfatto ampiamente il pubblico, a dir poco entusiasta di vedere dal vivo a pochi metri il duo Orzabal-Smith, le cui canzoni hanno costituito la colonna sonora dell'adolescenza di buona parte degli spettatori.

La trasversalità dei fan, che andavano dai colletti bianchi appena usciti dall'ufficio ai rocker con la maglietta dei Ramones, è la diretta conseguenza della trasversalità della musica dei TFF, difficilmente inquadrabile in una sola categoria.

Il concerto viene introdotto dalla registrazione della versione dark di Everybody wants to rule the world interpretata da Lorde nel 2014, così il primo brano del concerto non poteva che essere la hit Everybody wants to rule the world, nella classica versione ariosa e uptempo del 1985 che tutti conosciamo.

Curt Smith mostra di avere ancora una voce in grado di incantare il pubblico, sebbene con un'estensione minore rispetto agli anni Ottanta, mentre la band, formata da Charles Pettus alle chitarre, Doug Petty alle tastiere, Jamie Wollam alla batteria e Carina Round ai cori, ha un sound preciso e potente.

Il tour prende il nome dalla raccolta Rule The World, così il concerto è un vero e proprio greatest hits live, con tutti i maggiori successi della band, con la sola Secret World del 2004 a rappresentare la discografia più recente.

Secret World e soprattutto la magnifica Sowing the Seeds of Love, con la sua gustosa alternanza di cantato proto-rap e coro da stadio, entusiasmano il pubblico, che fatica a rimanere ai suoi posti, con la sicurezza dell'Auditorium che blocca i primi tentativi di guadagnare l'ambito sottopalco.

"Buonasera, amici di Roma- saluta in italiano Roland Orzabal, il più loquace del duo-Siamo molto felici di essere qui, in questa bellissima città. That's it".

Pale Shelter è una memorabile midtempo elettronica, impreziosita dalla chitarra acustica e ammantata di malinconia, che ha negli incastri vocali del ritornello uno dei suoi punti di forza, mentre Break It Down Again è un brano rock più movimentato e gioioso.

Advice for the Young at Heart è un gioiello pop di intatta bellezza, con le sue reminiscenze Philly Sound e l'indimenticabile chorus "Advice for the young at heart/ Soon we will be older/When we gonna make it work?".

Bastano poche battute di Woman in Chains, oggettivamente una delle migliori ballad degli ultimi 30 anni, per suscitare grandi emozioni. Carina Round ha il difficile compito di sostituire Oleta Adams nella seconda voce, ma se la cava egregiamente.

Sei minuti quasi in apnea tra brividi, ricordi, una linea melodica che si incolla all'anima e l'indimenticabile storia di una "donna in catene" e di un "uomo di pietra".

Lo scatenato synth-pop di Change, nomen omen, segna un deciso cambio di passo del concerto, quando Smith chiede alla sicurezza di lasciare che i fan possano raggiungerli sotto al palco.

Un invito che scatena la corsa ai posti migliori, con i ritmi indiavolati della canzone che allentano definitivamente i freni inibitori del pubblico, ormai completamente calato nell'atmosfera festosa dello show, tra filmati fatti con il telefonino e le mani degli spettatori che cercano continuamente quelle dei cantanti.

Un boato di approvazione accoglie Mad Word, rilanciata nel 2001 dal cult-movie Donnie Darko, un capolavoro di dinamica per i continui cambi nella ritmica, con il titolo che viene ripetuto quasi come un mantra, emblematico di un mondo dove la "normalità" è quasi sempre una facciata effimera e di comodo.

Le dolenti Memories Fade e Suffer the Children, tra lontane reminiscenze e traumi infantili, sono completamente riarrangiate, con la seconda affidata quasi del tutto alla brava Carina Round, che ne sfrutta tutte le pieghe emotive.

Anche se è l'unica canzone extrarepertorio, ormai Creep dei Radiohead è un momento imprescindibile dei concerti dei TFF, con Orzabal perfettamente calato nel mood "yorkeano", in una versione delicata e intimista della canzone che riscuote applausi convinti.

La lunga e vibrante Badman’s Song rivela tutte le qualità tecniche della band, una perfetta amalgama di blues, jazz e rock che conferma le notevoli doti compositive del duo.

La chiusura del concerto è affidata a un medley tra Head Over Heels e Broken, ma non può mancare naturalmente Shout, uno dei più esaltanti inni pop degli anni Ottanta, cantato come bis in coro da tutti i 4.000 spettatori della Cavea in un momento di grande esaltazione collettiva.

Il concerto finisce dopo un'ora e mezza, così perfetta e ben calibrata nella scaletta da non far rimpiangere qualche brano in meno della loro ampia discografia.

Nella testa resta per alcuni minuti il coro assordante di Shout, con il suo messaggio galvanizzante: "Urla! Urla! Butta tutto fuori. Queste sono le cose di cui posso fare a meno. Forza, sto parlando con te, forza!".

La forza delle canzoni dei Tears For Fears è rimasta intatta negli anni e, alla fine serata, ci sentivamo con meno paure addosso e con qualche lacrima in più per un concerto indimenticabile.

La setlist del concerto dei Tears For Fears a Roma (9/7/2019)

Everybody Wants to Rule The World
Secret World
Sowing the Seeds of Love
Pale Shelter
Break It Down Again
Advice for the Young at Heart
Woman in Chains
Change
Mad World
Memories Fade
Suffer the Children
Creep
Badman's Song
Head Over Heels / Broken
Bis:
Shout

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