Michela Vecchia

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La lunga carriera di Tarja comincia nel 1996 quando un suo compagno di scuola, nonché figlio della sua insegnante di pianoforte, la invita a far parte di un progetto che inizialmente doveva essere acustico. Stiamo parlando dei Nightwish, la band che ha reso concepibile l’unione del canto lirico con l’heavy metal.

Perché Tarja Turunen è una soprano raffinata dotata di una potentissima voce, che nel corso di questi vent’anni è stata al servizio non solo del mondo metal, ma anche della musica classica. La magia con i Nightwish purtroppo finisce nel 2005, dopo il successo mondiale dell’album Once, seguito da un lungo tour. Da quel momento le strade della band e della cantante si dividono. Tarja  prosegue come solista con notevoli risultati.

In agosto è uscito The Shadow Self, il suo settimo album, preceduto da un prequel, The Brightest Void, con un’ospite di tutto rispetto, Michael Monroe, leader dei finlandesi Hanoi Rocks e giudice, assieme a Tarja, anche se in anni diversi, di The Voice of Finland.

L’album si apre con il singolo Innocence, introdotto da un pianoforte che ricorda una sonata di Chopin, pianoforte che ritorna protagonista a metà canzone. Il disco prosegue poi su percorsi che, ad un primo ascolto, risultano quasi spiazzanti. Demons In You vede due collaborazioni importanti: alla batteria Chad Smith (Red Hot Chili Peppers) e alla voce, assieme a Tarja, Alissa White-Gluz, degli Arch Enemy. Per chi non è avvezzo al genere, risulterà quasi impossibile capire che quel growl (tecnica vocale usata negli ambiti più estremi del metal, dal suono gutturale e cavernoso) è frutto di un’ugola femminile, quella di Alissa, appunto.

Si ritorna su sonorità più classiche con No Bitter End, con un ritornello solare che sicuramente verrà ripetuto dalle voci di tante platee. Perché Tarja da mesi è in tour, calcando i palchi di grandi festival (chi scrive ha già avuto il piacere di vederla quest’estate in Spagna in occasione del Leyendas del Rock Festival), accolta ovunque come una regina, anzi la Regina dei Ghiacci.

Si prosegue poi con episodi più sinfonici come Love To Hate, Diva o la cover di Supremacy dei Muse. The Living End, con una chitarra acustica iniziale e le cornamuse, richiama atmosfere folk alla Enya. Eagle Eye è prettamente metal, con una sorpresa, un backing vocal di tutto rispetto, Toni Turunen, fratello minore di Tarja. Chiudono l’album Undertaker, Calling From The Wild e Too Many, una traccia particolare, ma non lasciatevi ingannare dal silenzio dopo la fine del pezzo…

L’album di Tarja è un ottimo lavoro, sicuramente godibile dopo diversi ascolti, a tratti sperimentale, come se la singer finlandese volesse portare nelle terre estreme l’unione di più influenze musicali, non solo la classica col metal, ma anche ritmi funky e melodie di voci diversissime tra loro. Da segnalare la presenza di grandi musicisti, che spesso accompagnano Tarja, uno fra tutti il drummer Mike Terrana (ex Rage), già con Tarja per Beauty and the Beat, un live album del 2014 in cui i due si cimentano in brani classici e cover famose.

Tarja è un’esperienza sonora da non perdere soprattutto dal vivo (due le date italiane: il 28 novembre a Firenze, OBIHall e il 29 novembre ad Assago, Teatro della Luna). 

La sua grande presenza scenica, la grazia, la sua voce incredibile, il suo sguardo penetrante, sono gli ingredienti di uno show unico. Per tutti quelli che da bambini andavano a teatro a vedere l’opera con i genitori e che da adolescenti ascoltavano il metal…

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