Gabriele Antonucci

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Gli anni Novanta, se da un lato sono stati segnati dall’avvento del grunge e dal successo del gangsta rap, dall’altro hanno visto il trionfo delle boy band, gruppi formati da quattro-cinque cantanti, generalmente di bell’aspetto per fare breccia nei cuori delle adolescenti, che cantavano orecchiabili brani pop-dance sapientemente cuciti addosso da abili produttori per sbancare le classifiche.

Un po’ come avviene nel calcio, il pubblico si è diviso in vere e proprie fazioni tra i sostenitori dei Blue, dei Backstreet Boys, degli ‘ N Sync e dei Take That.

Quest’ultimi hanno dimostrato, con brani come Back for good e Everything Changes, di avere maggiori qualità rispetto ai concorrenti, come confermato anche dalla fortunata carriera solista di Robbie Williams.

Oggi i Take That non sono più cinque, ma tre (Mark Owen, Gary Barlow e Howard Donald), eppure continuano ugualmente a macinare successi e concerti sold out, tanto da celebrare nel 2019, con il Greatest Hits Tour, i 30 anni di carriera.

Dopo l'ottima accoglienza del primo concerto italiano a Lucca, ieri sera il trio inglese ha richiamato il pubblico delle grandi occasioni alla Cavea dell'Auditorium Parco della Musica, sold out per l'occasione, nell'ambito del ricco programma del Roma Summer Fest.

Troppo spesso si parla, a proposito dei Greatest Hits Tour delle band che hanno segnato con la loro musica i decenni scorsi, di operazione-nostalgia.

Quest’ultima è un sentimento dolce-amaro, sospeso tra la piacevolezza del ricordo e la dolorosa constatazione di una mancanza.

Niente di tutto questo ha caratterizzato il concerto dei Take That, una vera e propria festa alla quale hanno partecipato con entusiasmo oltre 3.000 invitati.

Ciò che resta, nella musica, non sono le comparsate televisive, le copertine sui giornali, le scene di isteria collettiva, gli ascolti su Spotify o le visualizzazioni dei video su Youtube, effimeri parametri tanto oggi in voga, ma un aspetto che troppo spesso sfugge ai discografici: le canzoni.

Quando un brano supera il banco di prova dei venti/trent’anni e ancora suona fresco e attuale, si è verificato un piccolo miracolo.

Ogni canzone che assurge a un classico diventa un puzzle nel complesso mosaico dei nostri ricordi e ogni trentenne e quarantenne di oggi ha almeno un vivido ricordo legato a filo doppio a una canzone dei Take That: segno che, oltre alla forma, c'era (e c'è ancora oggi) sostanza nella loro musica.

Il concerto ha preso il via cinque minuti dopo le 21 con la sigla introduttiva del tour, per entrare nel vivo con la gioiosa Shine, accompagnata da una cascata di coloratissimi coriandoli, per la gioia dei selfisti anonimi in servizio permanente effettivo.

Get Ready for It e Giants rivelano le buone qualità della band che li supporta, con un sound pulito e compatto, mentre Mark Owen, Gary Barlow e Howard Donald, a guisa di novelli Dorian Gray, sembrano aver stretto un patto con il diavolo per non invecchiare.

"Grazie per averci supportato per 30 anni", saluta Donald. "L' Italia ci ha accolto subito con affetto fin dall'inizio degli Anni 90, è sempre un piacere per noi tornare a esibirci qui".

Patience, il cui coro è cantato all'unisono dal pubblico, è un invito a rialzarsi dopo una storia d'amore finita male: "Perché ho bisogno di tempo/ il mio cuore è intorpidito, non ha sentimenti/ Perciò, mentre sto ancora in via di guarigione/ provo solo ad avere un pò di pazienza".

Atmosfere completamente diverse caratterizzano il singolone Pray, godibile brano pop-dance screziato di soul, dove i tre si producono in una coreografia che fa la gioia delle donne presenti, almeno a giudicare dai decibel delle urla di approvazione.

Mark Owen, forse il più loquace dei tre, dedica una canzone a Maria, una fan italiana scomparsa da poco, mentre più avanti, in un momento più leggero, ringrazia Dolce & Gabbana per i loro coloratissimi pantaloni.

Everything Changes è una ventata di freschezza e di allegria, oltre che una canzone oggettivamente ben costruita, per la quale oggi uno dei gruppi K-pop tanto in voga nelle classifiche internazionali darebbe volentieri un rene.

Ditemi che cover scegliete e vi dirò che siete: la scelta di reinterpretare It Only Takes a Minute dei Tavares e Could It Be Magic di Barry Manilow, facendole conoscere anche agli adolescenti degli anni Novanta, è davvero meritevole e riuscita, soprattutto dal vivo, con ottime performance vocali in brani per nulla semplici.

Le morbide ballad Babe e A Million Love Songs vengono eseguite da Gary Barlow al pianoforte, in un momento di grande coivolgimento emotivo e di comunanza con gli spettatori dell'Auditorium, per non parlare di Back for good, il capolavoro dei Take That, una canzone che è ancora oggi un gioiello pop senza tempo.

Colpisce come anche i brani più recenti, da Out of our heads (caratterizzata da un irresistibile handclap e da un sound vintage) a Everlasting, da These Days a The Flood, fino alla scatenata Cry (cover dei Sigma), tutti brani incisi tra il 2010 e il 2018, siano conosciuti a memoria dagli spettatori, segno che anche dopo gli anni Novanta sono stati pubblicati singoli validi.

Relight My Fire, e non poteva essere altrimenti, è uno dei momenti più coinvolgenti del concerto, in cui è quasi impossibile rimanere fermi al proprio posto.

Rule The World fa scattare il singalong e i cellulari a mo' di accendini della Cavea con il suo arioso chorus, mentre Never Forget è scelta sapientemente come chiusura del concerto, anche per il suo messaggio: "Non dimenticare mai da dove vieni/Non fare mai finta che sia tutto reale/ Tra breve tutto questo sarà il sogno di qualcun altro/ Questo sarà il sogno di qualcun altro".

Un sogno che, per migliaia di fan italiani dei Take That, si è realizzato ieri in una calda serata di inizio estate.

La setlist del concerto dei Take That a Roma (29/06/2019)

Greatest Day

Shine

Get Ready for It

Giants

Patience

Pray

Everything Changes

It Only Takes a Minute
(Tavares cover)

Could It Be Magic
(Barry Manilow cover)

Babe

A Million Love Songs

Back for Good

Out of Our Heads

Everlasting

These Days

The Flood

Cry
(Sigma cover)

Relight My Fire
(Dan Hartman cover)

Rule the World

Never Forget

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