Musica

Slash, Dee Snider e Sebastian Bach: viaggio nel tempo a Villafranca di Verona

Rock the castle: tre giorni nel segno del metal. Tra emozioni, ricordi e musicisti senza tempo

53rd Montreux Jazz Festival

Michela Vecchia

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Villafranca di Verona, castello scaligero, in una location tra le più affascinanti e suggestive con le sue maestose torri e le mura che avvolgono un prato popolato per l’occasione di soldati del rock. Per tre giorni, dal 5 al 7 luglio il castello è stato teatro di un festival all’insegna del’Heavy Metal in tutte le sue accezioni. Una prima giornata dedicata quasi interamente al Prog con protagonisti del calibro di Haken, TesseracT e Dream Theater, una seconda giornata, vero tuffo negli anni Ottanta, con Sebastian Bach, Dee Snider e Slash e una terza giornata per le sonorità più cupe, Overkill, Phil Anselmo e Slayer. Senza citare tutte le altre band, che meriterebbero una menzione anche solo per il coraggio di essere saliti sul palco in tre torridi pomeriggi estivi a trenta gradi!

Un’organizzazione attenta alle esigenze del pubblico, composto da variegate fasce di età, con punti di distribuzione d’acqua gratuiti (molto apprezzati), con un occhio di riguardo all’ambiente, con bicchieri riciclabili come in tutti i festival in Germania (ormai da anni), con una selezione di sapori variegati a prezzi equi. In un clima del genere non si poteva che ascoltare la musica e lasciare fluire i ricordi e le emozioni… Perché delle tre giornate una in particolare ha toccato le corde della nostra anima, il 6 luglio, facendoci rivivere nella migliore tradizione di Proustiana memoria, la nostra adolescenza.

Prima con Sebastian Bach, ormai orfano da anni dei suoi Skid Row con i quali periodicamente tenta la reunion senza ottenere grandi consensi, ma imperterrito va avanti con la sua simpatia e il feeling che ha costruito nel tempo con il suo pubblico. Non è più il bello e dannato idolo delle ragazzine, gli anni passano per tutti, poco importa oggi, perché le canzoni, quelle restano. E intonando 18 And Life ci ricorda che sono passati trent’anni esatti da quel tour con i Mötley Crüe in quello che allora si chiamava Palatrussardi. Raccoglie una bandiera dell’Italia che gli lanciano dei ragazzi dalle prime file e amorevolmente la stende su un monitor.

E poi sale sul palco Dee Snider, vero vincitore morale di questa tre giorni, che sa mettere assieme presente e passato deliziandoci con canzoni del suo ultimo album For The Love of Metal e grandi classici dei Twisted Sister come We’re Not Gonna Take It, Burn in Hell e l’immancabile I Wanna Rock, uno dei momenti più alti dell’intero festival. E non si limita a cantare, ma apostrofa il pubblico che se la prende comoda, che non vuole sudare, ricordando che all’alba dei suoi 64 anni (portati alla grande…) il rock è sudore e passione.

Ed infine, preceduto dallo show dei Black Stone Cherry, arriva un chitarrista di poche parole, una vera e propria icona del rock, che pur avendo nome e cognome per tutto il mondo è Slash. Immancabile il suo cilindro e gli occhiali a specchio, i lunghi riccioli neri che gli incorniciano il volto. Non ha età Slash, non ha tempo, è come se fosse sempre esistito, così. Per anni è stata l’altra faccia dei Guns’n’Roses, dopo lo split ha continuato la sua carriera da solista, certo che il suo pubblico l’avrebbe seguito e così è stato. La tanto attesa reunion del 2016 l’ha portato ancora più in alto nella graduatoria della notorietà. Ha un posto nella Rock and Roll Hall of Fame, è tra i cento chitarristi più significativi di tutti i tempi. Gli mancano i superpoteri per farne un supereroe, ma forse li ha per davvero. Forse è davvero un supereroe.

E come tutti i grandi, quelli veri, non ha bisogno di strafare, perché lui suona, suona e basta. E suona per ore e ore, assoli ipnotici di venti minuti, che se qualcuno attorno a te si mette a parlare lo zittisci con un gesto, come se fossi assorto in preghiera. Non ci sono fronzoli sul palco, niente maxischermi, niente video, un semplice fondale e le luci. E la musica. E le note di Slash. E gli altri, Myles Kennedy e i Conspirators, pur essendo grandissimi artisti, restano pur sempre il suo contorno.

E così canzone dopo canzone Slash ci regala grandi emozioni. Una scaletta fatta di tanti brani di Living The Dream, l’ultimo lavoro con Myles Kennedy and The Conspirators, tra cui spiccano l’inizio con The Call of the Wild e The One You Love Is Gone, che ci strappa una lacrima. E brani del suo repertorio solista. E sì, anche un omaggio ai suoi Guns che l’hanno reso celebre nel mondo, con Nightrain, dal primo disco ormai pietra miliare del rock Appetite For Destruction. E con le note di Anastasia ci lascia, ma non vuole scendere Slash, continua a tirare plettri e a camminare su e giù per il palco, perché la magia è ancora nell’aria, in lontananza qualche lampo, ma anche il temporale ha paura di rovinare la serata e se ne va…

E quando alla fine, Slash esce di scena, noi restiamo lì, senza parlare, chiusi nella bolla delle emozioni incredibili che solo i grandi artisti riescono a darci. Vorremmo che non finisse mai, restare re e regine nel castello scaligero, con i nostri ricordi nel cuore, consapevoli che il tempo si è azzerato e una lunga linea di trent’anni per un giorno è diventata un punto.

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