La Traviata alla Scala, una delusione

La Prima milanese tra luci ed ombre. Il commento di Nazzareno Carusi

La Scala di Milano – Credits: Getty Images

Nazzareno Carusi

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La Traviata di Giuseppe Verdi che ha appena finito di inaugurare la Stagione 2013 / 2014 del Teatro alla Scala di Milano è stata brutta e senza grazia

Scrivo al volo e vado a memoria. Il direttore Daniele Gatti, dal quale tutto dipende, sta a Verdi come la mia persona all'astronautica. Sulla regia di Dmitri Tcherniakov nulla dico, tanto è inutile. Non posso però tacere quello che avrebbe dovuto essere il palpito di "Ah fors'è lui che l'anima" e che invece suonava (e si vedeva) senza la nobiltà che a Violetta è sempre, comunque, in ogni passo propria.

Eppure il soprano Diana Damrau ha indubbia voce dai numeri imperiosi. Gli è però che avrebbe dovuto studiare il personaggio con un Maestro vero. Dov'erano, per esempio, il fil di voce che Verdi chiede, il suo pianissimo dolente, il dolcissimo con espressione, nell' "Addio del passato"? E che dire di "Prendi questa è l'immagine", dal compositore voluto pianissimissimo e cupo, e qui alla Scala cantato con uno scatolone in mano?

Alfredo, il tenore Piotr Beczala: boh? In "De' miei bollenti spiriti" vien fatto cantare dal regista mentre cucina, manco le sue parole fossero per l'acqua in pentola di cui cuocere la pasta che veniva da egli stesso stesa a mano, come un qualsiasi maritino deve fare.

L'Orchestra della Scala. L'era Lissner-Barenboim ne ha consunto al midollo la bellezza. I numeri li ha ancora, alcune prime parti sono comunque splendide (lo stellare primo violino in primis), ma si sente solo a sprazzi, purtroppo.

Unica flebile luce, il Coro e il bel baritono che è Zeliko Lucic, musicale da sé. Nel Duetto con Violetta a inizio del II Atto ha messo abbastanza a posto pure la musicalità di lei.

Il bello è che Gatti aveva detto d'affrontare questa Prima (e le sue interpretazioni in genere) studiando la partitura come se gliel'avesse consegnata il compositore di persona, senza tener conto delle tradizioni. Parole testuali, dall'intervista al sito del Corriere della Sera. E invece avrebbe dovuto seguirle passo passo, le versioni storiche di questo capolavoro. Soprattutto quella gigantesca della Callas, sì, ma non con Giulini, bensì con Gabriele Santini e l'Orchestra proprio della Rai di Torino. Era il 1953.

Ho ascoltato e visto l'opera in diretta su Rai 5, condotta con garbo aristocratico (loro sì!) da Maria Concetta Mattei e Michele Dall'Ongaro, e realizzata con la collaborazione (va detto a onor del vero) della stessa Scala. Gran consolazione per chi paga il canone tv.

Il mezzo trionfo finale così come i fischi al direttore, al regista e ad Alfredo non ci meravigliano.

Twitter @NazzarenoCarusi

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