Gabriele Antonucci

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Tutto è più grande e intenso, nel mondo policromo e alienante di Roger Waters, la cui poetica traea linfa dalla costante tensione tra militanza politica e ricerca di una maggiore empatia tra gli esseri umani.

Un concerto della geniale mente nonché bassista dei Pink Floyd, soprattutto in un luogo magico come il Circo Massimo di Roma, è un'esperienza sinestetica e catartica che ha pochi eguali nel panorama attuale del rock, dove immagini, musica, effetti speciali e quadrifonici agiscono in modo sinergico per traportarti in un mondo altro e al tempo stesso "umano troppo umano", dentro e fuori te stesso.

La seconda tappa italiana della leg estiva dell'Us & Them Tour, l'appuntamento più atteso della decima edizione del festival "Rock in Roma", ha richiamato oltre 45.000 spettatori nella magnifica cornice del Circo Massimo, edificato da Tarquinio Prisco nella valle tra il Palatino e l'Aventino per le corse dei cavalli, senza immaginare quella sul palco, quasi tremila anni dopo, di un dinoccolato purosangue del rock come il bassista dei Pink Floyd.

Il tour Us + Them

Il tour Us + Them segna il ritorno di Waters in Europa dai tempi di The Wall Live (2010-2013), il tour mondiale sold-out che è stato visto da oltre 4 milioni di fan globalmente in 219 spettacoli e che rimane il tour col più alto incasso nella storia per un artista solista.

Il titolo del tour prende spunto dall'emozionante brano Us And Them, uno dei tanti capolavori contenuti nel leggendario The Dark Side of the Moon del 1973, il loro album più fortunato che ha venduto oltre 45 milioni di copie.

La scaletta, inattaccabile, ha fatto la gioia di almeno due generazioni di fan dei Pink Floyd, con ben otto brani tratti da The dark side of the moon, cinque da The Wall, due da Wish you were here e da Animals, uno da Meddle, oltre a quattro canzoni del suo ultimo album Is This the Life We Really Want? , il quinto della carriera solista, uscito nel giugno del 2017, a 25 anni di distanza dal precedente Amused to death.

L'album Is This the Life We Really Want? 

Smell the roses, Deja Vu e The last refugee sono stati i primi tre estratti dell’atteso album, descritto dallo stesso Waters come «una dura presa di posizione nei confronti del mondo contemporaneo e di quest’epoca confusa».

Ingiustizie, razzismo, politici senza cervello e leader bugiardi: sono questi i temi di un artista che non ha ancora perso la voglia e il gusto di indignarsi ad alta voce, anche a costo di perdere qualche fan per strada.

"Ieri ho letto su Facebook che un fan mi ha chiesto di cantare e basta, senza parlare di politica -ha dichiarato verso la fine del concerto Waters- Fuck you! (non c'è bisogno di traduzione)".

Waters è così, prendere o lasciare, e pazienza se il suo manicheismo e la sua idiosincrasia nei confronti di Israele ieri abbiano fatto fischiare le orecchie agli spettatori di origine ebraica presenti al Circo Massimo, con la sua appassionata apologia nei confronti della Palestina, di cui a fine concerto sventolava la bandiera: a un artista del suo calibro, molti fan avranno perdonato anche alcune posizioni che non condividevano.

Il lascito artistico dei Pink Floyd

Impossibile non essere d'accordo, invece, sulla straordinarietà del repertorio dei Pink Floyd, indefessi esploratori delle infinite potenzialità sonore del rock che, nella Weltanschauung floydiana, è inteso più come estasi che come stordimento edonista, grazie anche alle suggestive commistioni di elettronica e di musica sinfonica.

La band inglese è stata la prima ad aver dato vita a mastodontiche rappresentazioni multimediali della propria musica, in spettacoli d’avanguardia nei quali la componente visiva è strettamente complementare a quella sonora.

I Pink Floyd hanno creato, grazie al geniale studio fotografico Hipgnosis, alcune delle immagini più popolari e iconiche della cultura pop: dalla mucca  Lulubelle III che fa bella mostra sulla copertina di Atom Heart Mother all’enigmatico prisma di The Dark Side Of The Moon, fino al maiale rosa Algie che vola sopra la Battersea Power Station di Londra per Animals e ai "Marching Hammers" di Another Brick in the Wall.

Non è un caso che i due album maggiormente presenti nella scaletta di ieri sera fossero proprio The dark side of the moon e Animals: quest'ultimo, per i suoi toni orwelliani e sprezzanti, completa una non dichiarata trilogia pessimistica sulla condizione umana, iniziata nel 1973 con The dark side of the moon e proseguita due anni dopo con Wish you were here.

Il tempo, la morte, il denaro, l’incomunicabilità, la follia sono i temi principali dell'iconico album dedicato al "lato oscuro della luna", che ha compiuto alcuni mesi fa 45 anni.

Nel 1973 il Watergate e la fine della guerra del Vietnam avevano spazzato via le utopie e le illusioni degli anni Sessanta. Mentre la dimensione collettiva perdeva sempre più importanza, l’unico viaggio decisivo da intraprendere era all’interno di noi stessi, senza trascurare le zone d’ombra, la “faccia oscura della luna”.

Il racconto del concerto

Il concerto di Waters, dopo un lungo filmato introduttivo sul gigantesco maxischermo di 66 metri x 12 con una donna seduta in spiaggia che scruta all'orizzonte un mare che non promette nulla di buono, inizia proprio con Breathe, il brano con il quale i Pink Floyd avevano abbandonato lo spazio per concentrarsi sulla dimensione terrena, sul respiro, sull’essenza della nostra umanità.

Un boato saluta le prime note di One of these days, uno dei vertici emotivi del sottovalutato (ma solo dai floydiani occasionali) Meddle, con il regista che indugia sulle rugose mani di Waters che suonano l'inseparabile basso a quattro corde. 

Time, con le sue considerazioni sulla caducità della vita e sull’inesorabile trascorrere del tempo, è un concentrato di emozioni, mentre The great gig in the sky, che tanto deve nella versione originale alle tastiere cinematiche di Richard Wright e all’emozionante assolo vocale di Clare Torry, dal vivo è piuttosto deludente per le limitate estensioni vocali delle due coriste, il duo Lucius, con un improbabile look simil-Sia o, se vogliamo rimanere in Italia, simil-Raffaella Carrà ai tempi del Tuca Tuca.

Ottima la resa dal vivo dei nuovi brani solisti Deja Vu, con i suoi archi ariosiin cui Waters si domanda retoricamente cosa farebbe se fosse Dio (e qualcuno, tra la folla, gli urla: "Roger, tu sei Dio!"), e di Picture that, dove l'artista di Great Bookham cammina da una parte all'altra del gigantesco palco mentre arringa gli spettatori con la foga tipica di un predicatore battista.

L'audio del concerto è magnifico, con gli effetti quadrifonici increbibilmente vivi e nitidi, grazie alle 12 torri che diffondono il suono per tutto il Circo Massimo.

Impossibile non rimanere coinvolti dal pathos di Wish you were here, che fa scattare l’inevitabile sing along del Circo Massimo, illuminato da migliaia di torce degli smartphone, in un ideale abbraccio a Syd Barrett che, con la sua breve presenza e prolungata assenza, ha fornito costantemente spunti alla discografia dei Pink Floyd.

Particolarmente significative le immagini sul maxischermo di due gigantesche mani che si avvicinano e che, una volta stabilito un contatto, si disgregano in mille pezzi, chiara metafora della incomunicabilità in una società sempre più atomista, iperconnessa e alienata come la nostra. 

Arriva l'atteso momento di The Wall, l'album che ha segnato maggiormente la carriera di Roger Waters, tanto da diventare il suo show più fortunato, oltre che quello con i maggiori incassi di sempre.

Curiosamente manca dalla scaletta The happiest days of or life, che si conclude dal vivo con la spettacolare distruzione di un grosso modellino di aereo (il riferimento alla morte del padre di Waters in guerra ad Anzio è chiarissimo), forse perché un luogo sottoposto a stringenti vincoli archeologici come il Circo Massimo non poteva essere teatro di un effetto speciale così rischioso dal punto di vista dell'impatto ambientale.

Poco male: Another brick in the wall, arricchita da un coro di giovani cantanti romani che indossano una maglietta con il motto “Resist”, è davvero trascinante, con la sua andatura funk-rock che nel 1979 tanto aveva fatto storcere il naso ai fan "integralisti" del periodo progressive della band, quello, per intenderci, dominato dalla figura carismatica di Syd Barrett.

La seconda parte del concerto

La seconda parte del concerto inizia con una trovata scenica da lasciare letteralmente a bocca aperta i 45.000 spettatori del Circo Massimo: dietro il maxischermo spuntano a poco a poco le quattro enormi ciminiere di una titanica riproduzione della centrale elettrica di Battersea Power Station a Londra, una delle immagini più iconiche della storia del rock, che viene sorvolata dal maiale Algie esattamente come sulla copertina di Animals.

L'album è nato nel 1977 dall'adattamento musicale e testuale di vecchi pezzi scartati da Wish you were here , You Gotta Be Crazy e Raving and Drooling, declinati, nelle nuove versione, al mondo animale con i titoli di Dogs e Sheep: i primi sono gli arrampicatori sociali; i secondi rappresentano il popolo, che accetta tutto passivamente, anche ciò che è inaccettabile.

I maiali a cui si riferisce la corrosiva Pigs (three different ones) sono i politici di “tre tipi diversi”: Waters si riferisce implicitamente al primo ministro inglese James Callaghan e alla lady di ferro Margareth Thatcher, esplicitamente a Mary Whitehouse, deputata conservatrice che voleva vietare le canzoni dei Pink Floyd in quanto ritenute “diseducative”.

A Roma, invece, le immagini del maxischermo sono dedicate interamente al presidente degli Usa Donald Trump, il bersaglio preferito di Waters, che lo definisce senza mezzi termini "un maiale", plasticamente rappresentato da una gigantesca copia del maiale Algie che vola sopra le teste degli spettatori, che lo guardano con un misto di divertimento e inquietudine.

Intensissime Money, con la sua aperta denuncia all'avidità dell'uomo, oltre che l’unico blues in 7/8 ad arrivare in cima ai singoli di Billboard, e la struggente Us and them, ispirata dai conflitti politici e dalle numerose guerre nel mondo, un vero e proprio invito a "restare umani".

Dopo la recente Smell the roses, che non tradisce il tipico suono floydiano, il concerto si chiude esattamente come l'album The dark side of the moon, con l'accoppiata Brain damage e Eclipse, il cui testo è un elenco di cose apparentemente senza senso (“Tutto ciò che tocchi/Tutto ciò che vedi/Tutto ciò che assaggi/Tutto ciò che senti/Tutto ciò che ami/Tutto ciò che odi/Tutto ciò di cui diffidi”…), che in realtà rappresenta la perfetta chiusura del viaggio emotivo del disco.

Il bis è affidato alla toccante Mother e all'immancabile Comfortably numb, una delle canzoni più belle della storia del rock, impreziosita dagli assoli di Johnatan Wilson, eccellente chitarrista (anche se non ha il suono caldo e "tridimensionale" della Stratocaster customizzata di David Gilmour), mentre le parti vocali non sono sempre all'altezza delle versioni originali.

Waters è in grande forma, fisicamente e vocalmente, è sempre incavolato (eufemismo) contro i politici, ma grato con il suo pubblico, che ringrazia più volte con voce emozionata per il grande affetto mostrato a lui e a tutta la sua affiatata band: "Grazie di cuore a tutti, vorrei che l'amore che sento qui uscisse dal Circo Massimo e si diffondesse in giro per il mondo: non possiamo permetterci il lusso di essere indifferenti e di non impegnarci in prima persona nella politica, altrimenti loro (i politici n.d.r.) faranno quello che vogliono e distruggeranno il mondo".

Non sappiamo se il rock, nel 2018, abbia ancora il potere di cambiare il mondo, ma sicuramente un concerto di Roger Waters è un'esperienza emotivamente così forte e catartica che ha il potere di cambiare il tuo mondo interiore e la tua prospettiva su alcuni temi caldi.

Di insinuarti domande più che darti risposte, costringendoti a sollevare le antenne per conetterti alla realtà, anche quella che sembra maggiormente lontana dall'angusto confine della nostra realtà quotidiana.

Forse il muro più alto da scalare.

La scaletta del concerto di Roger Waters al Circo Massimo di Roma

Breathe (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
One of These Days (da Meddle dei Pink Floyd, 1971)
Time (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
Breathe (Reprise) (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
The Great Gig in the Sky (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
Welcome to the Machine (da Wish You Were Here dei Pink Floyd, 1975)
Déjà Vu (da Is This the Life Really Want? di Roger Waters, 2017)
The Last Refugee (da Is This the Life Really Want? di Roger Waters, 2017)
Picture That (da Is This the Life Really Want? di Roger Waters, 2017)
Wish You Were Here (da Wish You Were Here dei Pink Floyd, 1975)
Another Brick in the Wall Part 2 (da The Wall dei Pink Floyd, 1979)
Another Brick in the Wall Part 3 (da The Wall dei Pink Floyd, 1979)
Dogs (da Animals dei Pink Floyd, 1977)
Pigs (Three Different Ones) (da Animals dei Pink Floyd, 1977)
Money (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
Us and Them (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
Smell the Roses (da Is This the Life Really Want? di Roger Waters, 2017)
Brain Damage (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)
Eclipse (da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd, 1973)

BIS

Mother (da The Wall dei Pink Floyd, 1979)
Comfortably Numb (da The Wall dei Pink Floyd, 1979)

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