Gabriele Antonucci

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Si può tranquillamente affermare che esista un prima e un dopo Rickie Lee Jones nella storia della canzone d’autore americana: una donna che è sopravvissuta ad ogni avversità, comprese la sua giovinezza e l’auto-distruzione

Prima dell’avvento della “Duchessa di Coolsville” (definizione del Time magazine) il cantautorato femminile era derivativo e ispirato completamente ai cantanti folk degli anni Cinquanta e Sessanta.

La cantante di Chicago ha portato il jazz sul palco del rock, insieme a una temerarietà adolescenziale e un certo gusto per il dramma.

Si lasciò alle spalle l'assunto per cui “devi vestirti come un ragazzo se vuoi essere presa sul serio” e ha inaugurato una nuova epoca tra i cantautori: il cantautore pop.

Sin dall’inizio, era difficile incasellare in un solo genere la musica che padroneggiava così bene, tanto da essere votata miglior cantante jazz nei sondaggi di "Playboy" e "Rolling Stone" per due anni di seguito.

Considerata la migliore erede di Joni Mitchell sin dall’album omonimo, con il quale esordì nel 1979 conquistando un Grammy Award come debuttante, Rickie Lee Jones ha a sua volta influenzato una progenie di rockeuse, da Sheryl Crow e Fiona Apple a Suzanne Vega.

La signora della canzone d’autore americana, nonché musa di Tom Waits, si esibirà in Italia per quattro imperdibili concerti il 13 novembre al Teatro del Giglio di Lucca, il 15 novembre al Fabrique di Milano, il 16 novembre all’Auditorium Parco della Musica di Roma e il 17 novembre al Teatro Giordano di Foggia (nell’ambito del Giordano in Jazz Winter Edition), dove presenterà i brani del suo ultimo album Kicks, pubblicato il 7 giugno 2019 su OSOD (other side of desire)/Thirty Tigers.

Il nuovo album "Kicks"

Arrangiato dal produttore Michael Napolitano (che ha lavorato per anni con Ani DiFranco) e registrato a New Orleans con musicisti del luogo, il disco, registrato a New Orleans, reinterpreta dieci cover dagli anni Cinquanta ai Settanta, spaziando con naturalezza tra pop, rock e jazz.

Una selezione di grande fascino, che va da My Father’s Gun di Elton John a Lonely People degli America, passando per Mack The Knife di Kurt Weill e Bertolt Brecht,  resa celebre da Bobby Darin nel 1958, Quicksilver Girl della Steve Miller Band e altri classici come Houston, brano di Sanford Clark del 1964 reso famoso da Dean Martin l’anno successivo, e Nagasaki, scritto dagli Ipana Troubadours nel 1928 ma conosciuto perlopiù per la versione del Benny Goodman Quartet del 1952.

La straordinaria carriera della cantante

Quando aveva 19 anni la Jones viveva a Los Angeles, facendo la cameriera e occasionalmente suonando in bar e ristoranti.

Nel frattempo stava sviluppando la sua estetica unica: musica che era a volte parlata, spesso cantata meravigliosamente oltre che emozionalmente accessibile.

Nella voce e nelle canzoni della Jones abbiamo visto cuciture di trame fumose, in cui l’amore era tutto tranne che necessario.

Ed è stato durante quegli anni che la canzone di Rickie Lee Jones, Easy Money, ha catturato l’attenzione di un musicista e poi dell'intera industria musicale.

La canzone era stata registrata da Lowell George, fondatore della band Little Feat, che la usò sul suo album solista Thanks, I’ll Eat it Here.

Subito dopo la Warner Bros fece un’audizione alla Jones e le fece firmare un contratto.

Nel 1978 fu immortalata con Tom Waits sulla copertina di Blue Valentine, uno degli album più celebri dell’artista di Pomona, con il quale l’anno prima aveva iniziato una collaborazione artistica e una relazione sentimentale,

Nel 1979 l’album d’esordio Rickie Lee Jones vinse il Grammy come Best New Artist e la critica descrisse Rickie come “una delle migliori, se non la migliore artista della sua generazione”.

La Jones divenne subito una figura di riferimento per giovani donne e uomini che trovarono nella sua profondo e idiosincratica vita un modello per le nuove generazioni di hipster.

La cultura americana ne fu presto intrigata: Rickie Lee era l’alternativa al punk/new wave e rappresentava la rivitalizzazione dell’arte della canzone pop, grazie all’inconfondibile amalgama di jazz, rock e pop.

La sua seconda pubblicazione, Pirates, è stata subito acclamata come un capolavoro, guadagnandosi una recensione a cinque stelle e una seconda copertina su Rolling Stone.

Rickie Lee Jones è stata la ragazza del momento negli anni Ottanta, capace di dettare le mode, con i suoi lunghi capelli biondi, completini in spandex, guanti di pizzo e tacchi, un look ancora oggi imitato nel rock.

Dal punto di vista musicale, è stata l’ultima a essere associata alla prima generazione di cantautori e la prima a essere connessa a quell’insieme di cantautori pop/jazz/rock.

Rickie Lee Jones negli ultimi tempi si è allontanata dal folk delle origini per abbracciare un cantautorato intimista ricco di sfumature jazz, rhythm and blues, rock e, ultimamente, persino pop e trip-hop.

Affascinata agli inizi della carriera dalla cultura beatnik, Rickie Lee Jones ha sempre riservato un ruolo fondamentale alla rielaborazione dei brani che l’hanno influenzata, con una nutrita discografia e omaggi diretti e indiretti ai musicisti e agli standard che ha amato.

Infatti, Kicks è il quinto lavoro di cover di una serie aperta a inizio carriera con Girl at Her Volcano, mentre l’ultimo, prima di questo, risale al 2012, The Devil You Know, prodotto da Ben Harper.

Del 2015 è, invece, il più recente album di inediti, The Other Side of desire, a sua volta primo capitolo di una nuova avventura iniziata a New Orleans, dove Rickie Lee Jones adesso risiede e dove ha coinvolto i musicisti di Kicks.

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