Riccardo Muti, l'apostolo del mito italiano

Alle prove del Don Pasquale con l'Orchestra giovanile Cherubini. Dialogo semiserio (ma profondo) fra il direttore d'orchestra e un critico che lo conosce bene

Riccardo Muti (Credits: Getty Images)

Lorenzo Arruga

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Quiz: era una chiesa del Seicento, apparteneva ai padri teatini. Fu abbandonata all’inizio dell’Ottocento, andò in rovina... Altri tempi, adesso è antica e nuova. Entri: colonne, cupola, affreschi come se il Barocco s’ingentilisse fino a offrire una gioia leggera anche nelle storie dei martiri. Angeli in volo, splendore di corpi umani. Una struttura ardita, avveniristico e armonioso scrigno del nostro tempo, custodisce lo spazio dell’altare, raccolto fra pareti trasparenti, luci e riflessi di luci; e da lì giungono suoni di trascinante bellezza, che sembrano tracciare un disegno spezzato di meraviglie, come un diario d’una gustosissima vita. C’è un’orchestra: la guardi da vicino, son ragazzi. Il direttore li modella, e li ascolta, e muove a trovare della musica che esegue la giusta immagine legata alla loro giovinezza. A un tratto li interrompe, parla, e puoi avvertire un silenzio assoluto o lo scoppio veloce d’una grande risata. In quale continente siamo, in quale civiltà, in quale paese e con quale musica? Sorpresa. In Italia, a Piacenza. L’autore è Gaetano Donizetti, si tratta di una prova senza cantanti del Don Pasquale. L’orchestra è la Luigi Cherubini. Guardo e ascolto e penso ancora una volta a quante grandi cose abbiamo in mezzo a noi e neanche conosciamo. C’è un intervallo, scende Riccardo Muti dal podio, mi passa vicino e dice: "Visto che cosa può essere l’Italia?".

Da quanto tempo lo ripete? Fin da ragazzo, quando andava sicuro affermandosi e a chi gli domandava come faceva a esserlo tanto rispondeva: "Mi fido del lavoro". Per tutti gli anni della giovinezza e della maturità, anche nei periodi felici e vittoriosi a capo della London Symphony e dell’Orchestra di Filadelfia, e a Vienna o a Salisburgo, si è mostrato orgogliosamente italiano. Si arrabbiava con i cantanti se si trascinavano vecchi vizi di successo, con i professori d’orchestra se prendevano Rossini o Verdi senza la vigile tensione e la devozione appassionata con cui erano soliti affrontare Schubert o Beethoven. Aveva il culto anche per i grandi colleghi del passato: Toscanini, De Sabata... Per altri invece, di routine, s’arrabbiava: "Hanno portato nel mondo la grandezza dell’opera italiana? No! Hanno diffuso il pregiudizio che basti accompagnare i cantanti nel modo più comodo, senza cercare la forza della drammaturgia, la precisione musicale delle partiture!".

Adesso, dopo il meraviglioso periodo alla Scala, con i cicli magistrali da Mozart a Wagner, e la clamorosa rottura (ma dopo molti anni sembra fatale che accada, come i rapporti troppo stretti e gloriosi, penso per esempio all’amarezza di Herbert von Karajan negli ultimi suoi mesi), malgrado a Chicago sia stato accolto come direttore musicale in modo che ancora un po’ e sembrava Christian Lindberg, e malgrado i corteggiamenti delle istituzioni europee, ama starsene qui in Italia, dove ha casa a Ravenna e dove paga le tasse, dove accorre quando può a dare una mano alle iniziative musicali che ne abbiano bisogno, dove ha scritto due libri, uno che racconta di sé e l’altro, più impegnativo, intitolato Verdi l’italiano. Con Giuseppe Verdi, nel Nabucco di Roma, nell’anno del centocinquantenario dello Stato trascinò un pubblico di normali appassionati e di politici agnostici a cantare col coro Va, pensiero; e c’è chi saggiamente l’ha proposto come senatore a vita e chi fantascientificamente l’ha indicato come consigliabile presidente della Repubblica...

Eccolo, qui, fra le quiete luci e le pareti di plexiglas oltre cui stanno gli angeli, portare la simpatia del suo carisma, sì, ma soprattutto la lezione del suo lavoro ai ragazzi dell’Orchestra giovanile Cherubini, italiani che per tre anni studiano con lui e danno concerti dovunque, addirittura per esempio nell’esigentissima Vienna, e che stanno partendo per portare il Don Pasquale nel famoso Teatro Real di Madrid.

Quest’opera, irripetibile intreccio comico che corbella e compatisce di sana pietas le illusorie manie degli anziani, e mostra allegrie e crudeltà dei giovani per poi nella sera in un giardino svelarne la struggente malinconia, vive d’incantamento: ogni istante si esce dal vecchio teatro ottocentesco per scoprire sottigliezze che non basta la psicologia a spiegare, e che si capiscono nella loro realtà felice e misteriosa solo trovandole sul campo.

Muti cerca, ogni volta come da capo, l’immagine più vicina a quella che in teatro si senta come verità assoluta. La cerca con gli strumentisti di bravura mostruosa come i suoi di Chicago; la fa balenare con i poetici Wiener Philharmoniker, capaci di dare alla storia sinistra del Macbeth verdiano una continuità incessante di voci come pensieri; la solleva anche quasi inaspettatamente nell’orchestra dell’Opera di Roma, come alzando il sipario la prima volta sulle screziature geniali d’un Verdi che nell’Attila di solito pareva solo ardito e battagliero.

Tutti devon cercare, perché l’arte chiede e aspetta. Emozionato dalla prova, dico a Muti: i musicisti devono entrare in teatro, decisi a capire tutto, a dare tutto, a riceverne gioia. Lui mi completa la frase: "E uscirne carichi di responsabilità".

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