Torna Quadrophenia: cresci, ragazzo, cresci

Quarant’anni fa gli Who scrissero un’opera rock, diventata poi film e mito. Da giugno è di nuovo in tour

Sting, capo dei Moods nel film "Quadrophenia" (Credits: Olycom, Corbis)

Gianni Poglio

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"Chi non taglia i ponti con i miti e le utopie adolescenziali si preclude il futuro. L’eterno ribelle è una figura patetica, un uomo imprigionato nella mente di un ragazzino. Di questo parla Quadrophenia". Va dritto al punto Pete Townshend, chitarrista e autore degli Who, in tour ancora una volta (il 15 giugno a Londra, il 3 luglio a Parigi e il 5 ad Amsterdam) per celebrare i 40 anni di Quadrophenia, opera rock diventata prima film e poi leggenda. Come The Wall dei Pink Floyd, il capolavoro degli Who è nel suo insieme una spettacolare scatola magica di voci, suoni, immagini, divise, simboli e stereotipi della cultura giovanile. Non è semplicemente un film, un disco, un tour, ma un mondo da abitare. Un catalizzatore per i ragazzi degli anni Sessanta come per quelli di oggi.

"Il concept della banda non ha tempo. Nelle tribù di strada si vivono in scala minore le dinamiche della vita adulta" sostiene Townshend. La tribù di Quadrophenia (neologismo che indica una personalità quadrupla, sintomo di schizofrenia avanzata) è quella dei Mods, i modernisti, ragazzi squattrinati delle periferie urbane inglesi che si inventano una nuova vita fatta di abiti chic, anfetamine e scooter italiani (Vespa e Lambretta) zeppi di specchietti. Adorano la musica nera e il beat bianco e hanno una spiccata propensione per le risse da weekend con i rivali Rockers lungo le spiagge di Brighton. Come ama dire Townshend, quella che fotografa il film e racconta l’album è la "teenage wasteland, la terra devastata dell’adolescenza, una fase della vita da cui non si può prescindere, ma che si chiude sempre con un bruciante senso di sconfitta". Jimmy, il protagonista del film e dell’intera storia, è a tutti gli effetti un adolescente devastato.

Ma la sua figura è soprattutto funzionale a raccontare l’altra parte della storia, quella che di solito i gruppi rock preferiscono non dire od omettere. «Jimmy, a un certo punto, afferra la realtà, coglie la distanza tra vita e fiction». Strappa il velo ai suoi miti e coglie che dietro il magico mondo del rock’n’roll non c’è nulla, che gli artisti sono essere umani imperfetti, che quelli della sua banda, i Mods, non sono eroi. E che il loro carismatico capo, Ace, interpretato da un biondissimo Sting, non è un leader carismatico e infallibile e nemmeno un guru della bella vita, ma un comune mortale, il facchino di un albergo a cinque stelle che piega il capo davanti ai suoi superiori. Per questo Jimmy, in preda alla più feroce disillusione, gli ruba la moto iperaccessoriata e la lancia dagli scogli verso il mare. Lui invece no, rinuncia ai propositi suicidi e rimane con i piedi ancorati alla terra. Un modo per dire che la sbornia della gioventù ribelle è finita per sempre. "Esatto, la vita mette sempre davanti a questo bivio: chi non cresce si annienta da solo". Parola di Pete Townshend.

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