Il Primavera Sound di Barcellona, sold out già da mesi, proseguirà fino a sabato con il meglio della musica internazionale di ieri, di oggi e di domani, richiamando nella città spagnola circa 200.000 persone.

Sono già in vendita, su alcuni siti specializzati, i biglietti per l’edizione del 2018, di cui,naturalmente, non si conosce ancora il cast ma, e qui è una delle differenze principali con l’Italia, si acquista a scatola chiusa un brand e non i singoli concerti degli artisti preferiti.

Il cartellone dell’edizione 2017 è quanto di più eterogeneo vi possa venire in mente: si va dai “grandi vecchi” Van Morrison e Zombies alla talentuosa Solange (in concerto anche l’11 giugno al Medimex di Bari), ormai molto più che la sorella minore di Beyoncé, dal nuovo rock dei canadesi Arcade Fire all’elettronica con anima di Jamie XX e The XX, dal rap politico di Run The Jewels all’etno funk di Sinkane, dall'indie folk di Bon Iver al jazz elettronico di Flying Lotus.

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In cartellone anche gli italiani Dj Tennis, il duo Marvin & Guy (aka Alessandro Parlatore and Marcello Giordani) ed il cantautore IOSONOUNCANE, all'anagrafe Jacopo Incani, mentre negli spazi di primavera Pro, ad ingresso gratuito, si esibiranno Persian Pellican, Wrongonyou e Shijo X.

Artisti diversissimi per età ed estrazione musicale, che permettono agli ascoltatori del Primavera di conoscere le nuove tendenze musicali o di riscoprire grandi artisti del passato che, per motivi generazionali, sono passati sottotraccia.

Perché in Italia, nonostante la ricca offerta di concerti, soprattutto nel periodo estivo, non c'è un festival simile? Innanzitutto i festival italiani, tranne che per poche eccezioni, non possono contare su finanziamenti pubblici, o, in caso ciò avvenga, su finanziamenti così esigui da risultare quasi inutili, ma devono autofinanziarsi attraverso i ricavi dei biglietti e del food & beverage. La politica italiana, di ogni schieramento, ha sempre considerato la cultura un costo più che una risorsa di crescita umana ed economica.

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Per questo motivo le scelte dei direttori artistici debbono necessariamente tenere conto della reddittività degli artisti in cartellone, con scelte piuttosto prevedibili e sicure, a discapito spesso dell’innovazione e della qualità.

Inoltre in Italia, nonostante alcuni tentativi fatti in passato, la formula festival, in cui si staziona alcuni giorni nella stessa località, magari in tenda, non ha mai attecchito, tranne che per alcune lodevoli eccezioni (come l’Home Festival di Treviso e l'Yspigrock di Castelbuono).

La questione, prima che organizzativa, è culturale: lo spettatore italiano è spesso settario rispetto agli altri generi(difficilmente un appassionato di rock è disposto ad ascoltare un live set di un dj, e viceversa), poco consapevole nei confronti delle novità musicali e soprattutto poco curioso di conoscere nuovi artisti e nuove sonorità.

Basta dare un'occhiata alle classifiche di vendite degli album in Italia per avere contezza di questa situazione: le vendite premiano quasi esclusivamente personaggi televisivi provenienti dai talent show o artisti pop ormai rodati, con una presenza degli artisti stranieri sempre più limitata ai singoli, tipo il famigerato tormento(ne) Despacito di Luis Fonsi e Daddy Yankee.

Per avere un giorno un nostro Primavera Sound, dovremmo prima avere una primavera di cultura musicale di cui, all’orizzonte, ancora non si scorgono i contorni.

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