"The dark side of the moon", il disco in un libro

Ovvero, quando i Pink Floyd spiegano chi è l'uomo

Marco Bracci, "The Dark Side of The Moon. Viaggio nell'identità dei Pink Floyd", Aereostella editore. – Credits: ufficio stampa

Micol De Pas

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Lo hanno definito l'album perfetto, dal punto di vista musicale. E in effetti The Dark Sidfe of the Moon racconta la vita, secondo i Pink Floyd. Così scrive Marco Bracci nel suo libro The Dark Side of the Moon. Viaggio nell'identità dei Pink Floyd, uscito per Aereostella.

Ecco un estratto (ad alto tasso identitario).

The dark side of the moon racconta il viaggio dell’esistenza umana alla ricerca dell’identità: paradossalmente per i Pink Floyd, che a detta di molti creano l’album perfetto (artisticamente e commercialmente) perché si sforzano di lavorare come un gruppo coeso proteso verso il medesimo obiettivo trovando una certa magia, inizia la fine del proprio tragitto cominciato alcuni anni prima con Syd Barrett, il “diamante pazzo” evocato in Shine on you crazy diamond due anni più tardi nell’album Wish you were here (1975).

(…) Il concetto dell’intero lavoro parte, così sostiene Waters, da un incontro nella cucina di Mason, durante il quale il bassista propose: «Se volete un tema conduttore, eccolo: la vita, a partire dal battito del cuore. Poi si possono aggiungere altre cose, come gli stress e cose simili…» (AA.VV., Pink Floyd. The dark side of the moon. Storia dell’album di culto della discografia pinkfloydiana, p. 40). (...)

Anche se non si può parlare di un quinto componente dei Pink Floyd, è necessario sottolineare il ruolo determinate svolto da Alan Parsons, sound engineer di The dark side of the moon. Alan Parsons, che in futuro intraprenderà anche la carriera di musicista, fondando gli Alan Parsons Project, durante i mesi di lavorazione di The dark side of the moon riesce a cambiare il ruolo dello studio di registrazione, quasi sempre concepito in modo particolare nell’ambito della popular music e del rock: non più un elemento al quale la musica deve piegarsi, ma al contrario una variabile dipendente dalla musica stessa. Inoltre lo studio, grazie alle innovative tecnologie a disposizione ad Abbey Road, diventa parte del processo creativo e compositivo.

(…) Alan Parsons vincerà anche un Grammy Award nel 1973 per l’album migliore dal punto di vista tecnico, anche se in The dark side of the moon non ricopre semplicemente il ruolo di tecnico del suono, ma come “coordinatore delle trame sonore del gruppo” (A. Bratus, Pink Floyd. 1965-2005, 40 anni di suoni e visioni, p. 112) deve inserire i rumori concreti nelle registrazioni (il battito cardiaco, i passi, gli orologi, i registratori di cassa ecc.), riuscendo ad arricchire i brani e contemporaneamente a “vestire” l’intero album secondo la necessità indicata dal concept. A questo proposito, è lo stesso Parsons a registrare le molte frasi parlate e a inserirle come commenti di momenti particolari, riuscendo a integrare perfettamente tutto con la narrazione.

Il risultato è un mondo  sonoro (A. Bratus, Pink Floyd. 1965-2005, 40 anni di suoni e visioni, p. 114) che non solo accompagna la creazione artistica dei Pink Floyd, ma diventa esso stesso parte imprescindibile dell’album, che ha una lenta e frammentaria gestazione (...) per la continua ricerca di una coerenza in grado di innalzare il livello complessivo dell’opera. E in questa operazione, Parsons è stato determinante e provvidenziale. L’uomo e il professionista giusto nel momento giusto.

Il viaggio che Roger Waters immagina, crea e presenta attraverso The dark side of the moon è caratterizzato dall’attivazione di processi emotivi, psicologici, relazionali (…). Inoltre, a elevare la valenza metaforica dell’opera, il concept del disco è costruito mantenendo connessioni, legami e continuità tra una traccia e l’altra, la stessa che l’identità personale dovrebbe avere per potersi dire coerente.

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