Gabriele Antonucci

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Da almeno vent'anni, da quando il grunge, l'ultima, vera rivoluzione della musica popolare di fine Novecento, ha esaurito la sua spinta propulsiva, si suonano periodicamente le campane a morto per il rock.

I dj sono ormai le nuove rockstar del terzo Millennio e percepiscono cachet astronomici per dj-set di pochi minuti, spesso già preregistrati sul Mac Pro.

Il rap, soprattutto nella sua lugubre variante trap, continua a macinare milioni di ascolti in streaming e a generare fatturati monstre, mentre il rock appare sempre più una musica vintage, conservatrice, ascoltata principalmente dagli over quaranta, rigorosamente in vinile su uno stereo che costa quanto mezza automobile.

Dati di fatto supportati da fior di numeri e statistiche, che però vengono smentiti clamorosamente in una fresca serata di fine giugno allo Stadio Olimpico di Roma, dove i Pearl Jam si sono esibiti dopo 22 anni di assenza dalla capitale, un'era geologica, considerando la volubilità dei gusti del pubblico.

La travolgente esibizione della band americana ha confermato che il sacro fuoco del rock è ancora vivo, sa ancora parlare ai cuori e alla testa di migliaia di persone (oltre 50.000 ieri era), sa ancora lanciare messaggi importanti, come negli anni Novanta, e regalare quel senso di comunanza che, in una società sempre più atomistica e ripiegata sugli schermi del propri smartphone, sembrava essere ormai perduto.

L'importanza di chiamarsi Eddie

Eddie Vedder, vera e propria icona del grunge, si è confermato un frontman di straordinario carisma, in grado di portare il pubblico dove vuole lui e di incatenarlo per oltre tre ore senza un passaggio a vuoto o un calo di intensità.

Il cantautore è ancora in prima linea nelle cause sociali e  in grado di custodire la fiamma del rock and roll come strumento universale per prendere posizione, brandendo la sua chitarra consunta come un'arma benevola per risvegliare la coscienze assopite di una società sempre più indifferente e iperconnessa.

La voce di Vedder, dopo la defezione di Londra e i problemi di Milano, dal vivo è ancora intensa, piena e baritonale, i suoi testi, spesso cupi e introspettivi, raccontano storie di ordinario disagio e di solitudine con grande capacità poetica, alternandosi tra chitarra e ukulele in alcuni brani acustici.

Chi sono i Pearl Jam

I Pearl Jam, nati a Seattle nel 1990 e da poco entrati nella Rock and Roll Hall of Fame, dal vivo sono ancora una gioiosa macchina da guerra, oltre che tra i gruppi più influenti degli anni Novanta, con oltre 70 milioni di dischi venduti, di cui 30 soltanto negli Stati Uniti.

Capostipiti del movimento grunge, che ha collocato Seattle al centro della scena musicale per una manciata di anni, i Pearl Jam sono caratterizzati, rispetto a Nirvana e Alice in Chains, da uno stile più affine al roots rock degli anni Settanta.

Tutte influenze che sono emerse ieri sera nelle numerose cover proposte live: “Insterstellar Overdrive” dei Pink Floyd, “Again Today” di Brandi Carlile, “Eruption” dei Van Halen, “Imagine” di John Lennon, "Black Diamond" dei Kiss, ancora i Pink Floyd con "Comfortably Numb" e l’immancabile "Rockin' in the Free World" di Neil Young, loro nume tutelare.

Il racconto della serata

Si respirava l’atmosfera della grandi occasioni, ieri sera allo Stadio Olimpico, dopo 22 anni di assenza dalla capitale, e gli oltre 50.000 spettatori hanno accolto con un boato assordante l’ingresso della band alle ore 21.15 circa.

L’inizio, in tipico stile Pearl Jam, è low profile, con la chitarra liquida di Release e il dialogo voce-chitarra acustica di Elderly woman behind the counter.

"Buonasera Roma, come va? -saluta Vedder in italiano- Come state? Vi dico come mi sento io, per questa città che ha fatto molto nel mondo e quanto Roma ha dato per me… personalmente è stato uno dei concerti più importanti della mia vita. Sono passati 22 anni da quando abbiamo suonato qui, sono davvero contento di essere tornato”.

Prima cover della serata è un’acidissima Interstellar Overdrive, pescata dal repertorio più psichedelico dei Pink Floyd, ma il vero e proprio cambio di marcia avviene con il micidiale uno-due di Why Go e Do The Evolution, che mette subito in mostra la ritmica indiavolata di Matt Cameron alle pelli e di Jeff Ament al basso, che costruiscono un muro del suono dove si inseriscono le svisate di chitarra di Mike McCready.

"Questa canzone è stata scritta su un romano da un dio del basso", dice Vedder per introdurre l’energica Pilate, ma il primo momento da consegnare agli annali della serata è una monumentale versione di Even Flow, prolungata da un assolo al fulmicotone di Mike McCready, che violenta la sua sei corde mentre Matt Cameron picchia senza pietà sulla batteria e si prende i complimenti del cantante: “Oggi siamo un gruppo migliore di 20 anni fa, perché all’epoca non avevamo Matt Cameron”.

Da segnare sul taccuino della memoria anche Wishlist e Lightning Bolt, uno degli ultimi grandi brani della loro recente discografia, assai migliore del recente singolo Can’t Deny, che guadagna molto, però, dal vivo.

L'appello per l'apertura dei porti

Vedder suona l’amato ukulele nella sua introspettiva Sleeping By Myself e regala brividi in una indimenticabile rilettura di Imagine di John Lennon, accompagnata dalle torce dei cellulari e da un coro davvero emozionante, prima di lanciare un messaggio su maxischermi, con il disegno di una ciambella di salvataggio e le scritte inequivocabili #apriteiporti e #saveisnotacrime.

«Siamo via da casa e quando torneremo il nostro paese sarà cambiato. Pace», salmodia Vedder salutato da un caloroso applauso.

Sono davvero tanti i momenti indimenticabili della serata: da  Immortality a Just Breathe, salutata da una lunga stand ovation dell'Olimpico, da Daughter che si trasforma in W.M.A., fino a una monumentale Porch che sembrava prolungarsi all’infinito, per arrivare ai migliori brani di Ten (il loro capolavoro) come Black, Jeremy e Alive, forse il culmine emotivo del concerto con il coro assordante “Yeah, yeah I, oh, I'm still alive!” e alla vibrante cover di Comfortably Numb dei Pink Floyd, dedicata da Vedder all'amico Roger Waters, "uno che ama l'Italia come noi".

L’ultimo bis è la cavalcata elettrica di Rockin' in the Free World di Neil Young, che chiude nel migliore dei modi una serata indimenticabile, che nessuno, sia sopra che sotto al palco, pare aver voglia di terminare. 

Il rock è morto, anzi, no, è vivo e vegeto grazie ai Peal Jam, oggi meno alternative e più classic rock, forse l’unico gruppo il cui impatto live si può accostare a quello, inarrivabile, di Bruce Springsteen & E Street Band.

La scaletta dei Pearl Jam a Roma (26 giugno 2018)

Release

Elderly woman behind the counter

Interstellar Overdrive (cover Pink Floyd)

Why Go

Do The Evolution

Pilate

Given To Fly

Even Flow

Wasted

Wishlist

Lightning Bolt

Again Today (cover Brandi Carlile)

MFC

Immortality

Unthought Known

Eruption (cover Van Halen)

Can’t Deny

Mankind

Animal

Lukin

Porch


Sleeping By Myself

Just Breathe

Imagine (cover John Lennon)

Daughter + WMA

State of love and trust

Black Diamond (cover Kiss)

Jeremy

Betterman + Save It For Later


Comfortably Numb (cover Pink Floyd)

Black

Rearviewmirror

Alive

Keep On Rockin’ In a Free World (cover Neil Young)

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