"Libro Lambro": consigli di libertà per giovani d'oggi

Dal festival milanese del Parco Lambro ai sogni contemporanei

Franz Di Cioccio, Francesco Schianchi "Libro Lambro", edizioni Aereostella – Credits: ufficio stampa

Micol De Pas

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«Non posso ricordare cose che non sono ancora successe», rispose Alice alla Regina di Cuori. «Una memoria che funziona solo al passato non è un granché!», commentò lei. «Quali sono le cose che lei ricorda meglio?» si arrischiò a chiedere Alice. «Oh, le cose che successero le due prossime settimane» rispose la Regina con un tono noncurante. Siamo nel Paese delle Meraviglie, naturalmente.

Ma potremmo anche essere al festival giovanile del Parco Lambro, prima edizione, 1974. Perché in quell'occasione Milano incontrò la sua Regina di Cuori, che con la potenza di un ciclone ha sparigliato in pochi giorni gli schemi mentali di un'intera epoca. E fornito un insegnamento preziosissimo: capire il mondo in cui si vive e conoscere il futuro. Anche oggi.

Ecco perché Franz Di Cioccio, batterista della PFM e Francesco Schianchi, docente e formatore, hanno appena pubblicato Libro Lambro. I festival giovanili. Sogni e utopie di ieri per oggi (Aereostella): un dialogo tra chi stava sul palco e chi faceva parte dell'organizzazione, con un obiettivo dichiarato sin dal titolo. Ovvero: bandire la nostalgia di un memoir, in favore di un libro quasi pratico, una sorta di manuale per imparare a dare spazio alla libertà.

La citazione del brano di Lewis Carroll è del professor Schianchi: «Prima il ricordo era un elemento di costruzione della cultura, mentre oggi si ricorre a supporti che attualizzano realtà e passato. Ma io ritengo che questo sistema sia privo di spessore e quindi mi muovo nella logica della memoria bidirezionale. Il passato è da confrontare con il presente e ho l'ambizione di raccontarlo perché so cosa è accaduto tra due settimane». Fuor di metafora? «Questi aspetti del passato con irruzioni del presente e del futuro ci sono sempre. Non coglierli sarebbe come guidare l'auto guardando solo nello specchietto retrovisore...».

Quali strumenti attuali può fornire una storia di quasi 40 anni fa? «Bisogna capire la potenza di quei festival: sono stati la prima esperienza antropologica capace di sparigliare gli schemi mentali in vigore», spiega Schianchi. Come mai? «Aveva colto il disagio, la solitudine collettiva e la mancanza di prospettiva che toccava i giovani dell'epoca», continua Schianchi. Gli fa eco Di Cioccio: «Per noi musicisti fu una vera rivoluzione: non c'erano spazi dove suonare, non c'erano le radio libere, non potevamo esprimerci, esisteva solo S. Remo...».

E oggi? «Non siamo molto distanti: nel bilancio non ci sono soldi per la cultura», spiega Di Cioccio, «Il che significa che non è importante per il nostro tempo. Ovvero, non ci sono spazi per l'espressione, mentre quello del ferstival era un mondo di possibilità». Altre similitudini? «Il bisogno di essere riconosciuti. E ora lo si vede con twitter: nel 1974, salire sul palco e parlare era l'equivalente di un twit oggi. Cambia la forma, ma i bisogni sono sempre gli stessi». E il professore precisa: «Oggi le persone sono consapevoli di avere un io plurale, continuamente arricchito dai rapporti con gli altri. Non solo: l'obiettivo di tutti è ridare senso alla propria vita. Come ne L'attimo fuggente, "Succhiare il midollo della vita". Per farlo occorre, di nuovo, sparigliare».

Qualcuno lo fa già? «I writers», risponde Di Cioccio, «Perché rischiano per salvaguardare la propria forma artistica». E nella musica? «I rapper. Mi piacciono tantissimo, anzi, vorrei fare un lavoro con Fabri Fibra...».

Qui sotto, Eugenio Finardi con la sua Musica ribelle in un estratto del film documentrio Nudi Verso la Follia, di Angelo Rastelli (2004)

 
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