Antonio Pappano e il Verdi sacro: album capolavoro

Un disco-evento per i 200 anni dalla nascita del compositore

Un dettaglio dalla cover del cd pubblicato da Warner: Sacred Verdi. Quattro pezzi sacri - Ave Maria - Libera me

Nazzareno Carusi

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Pianista di gran vaglia e gran respiro (il suo duo col mio amicissimo Luigi Piovano, primo violoncello dell'Orchestra di Santa Cecilia, è memorabile), Antonio Pappano è capace di disegnare a braccio il contorno e la sostanza d'ogni frase musicale, sia pure la minima possibile, come fa sulla tastiera. E proietta così verso i musicisti suoi, e per il loro mezzo a noi, l'elettricità con cui cava l'anima delle partiture e di chiunque gli si faccia incontro. Lo so per amicizia personale.

Sia detto senza timor d'irriverenza, ma era dai tempi di Leonard Bernstein che Santa Cecilia non volava tanto alto siccome nell'ultimo decennio. Anzi, se possibile, l'altezza d'oggi suona superiore perché stabile quanto prima risultava ondivaga. Bravura straordinaria l'hanno tutti, dagli archi densi, caldi e di suono puro agli ottoni, lucentemente splendidi. Al coro, superbo.

Il lavoro materialmente discografico (Sacred Verdi. Quattro pezzi sacri - Ave Maria - Libera me, Warner) è del tutto eccellentissimo e Maria Agresta, soprano dell'Ave Maria e della prima versione del Libera me (che poi Verdi, grazie a Dio, ha riscritto per la Messa di Requiem) ha una voce di cuore e d'incanto.

Pappano, se un giorno arriverà ai vertici d'empireo di un Gino Marinuzzi padre o d'un Gabriele Santini non posso ancora dire. Però è certo che, anche a stare solo a questo disco, basta l'attacco dello Stabat Mater per capire che sia d'italiana specie, e di grandissima, non solo di nome e quindi d'ascendenza, ma di musicalità e fattezza di possesso delle nostre partiture.  

Qui, nel secondo dei quattro Pezzi Sacri, all'attacco in forte del coro dopo le quattro quinte vuote e l'ottava dell'orchestra, le quali impediscono a chi ascolti di capire il modo tonale del sol d'impianto, modo che l'orecchio vorrebbe maggiore ma la frase vocale declina inesorabile al minore (ed è lo stesso stato di sprofondo della comprensione in che doveva starsi il cuore della Madre in morte così atroce di suo Figlio); a tale attacco in forte, dicevo, poi subito tirato indietro al piano, di che Verdi plasma la tenerezza straziata e mai finita che la fede, seppure a lui lontana, dà alla Desolata iuxta crucem, ho avuto lo stesso brivido commosso di quando nella mia Celano, ai piedi della Serra nell'Appennino marso, dove i riti della Settimana Santa hanno fremito di popolo il venerdì pomeriggio e notte, le confraternite della Madonna delle Grazie e di Sant'Angelo intonano Miserere e Stabat per la strada, lungo la Processione di Cristo morto e poi in chiesa davanti all'Addolorata, a gruppi di soli uomini e melodie sperdute secoli interi addietro.

E sia questa emozione a dire quanto Verdi, pure nelle minori sfere, intrida la creazione sua non solo della terra nostra, ma delle sue letteralissime e più ataviche passioni.

Tony abbraccia queste pagine come fa con Santa Cecilia quando la dirige. E soprattutto come fa, sempre, con la musica. Per amore, calibro di conoscenza e devoto credo.

Twitter @NazzarenoCarusi

   
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