Ma perché l’Italia non ama le sue orchestre giovanili?

Valorizziamo i musicisti stranieri ma destiniamo i nostri talenti alla disoccupazione. Il paradosso di un Paese strabico.

Riccardo Muti – Credits: Getty Images

"Se insegniamo musica ai bambini avremo una società migliore": Riccardo Muti l’aveva già detto tre anni fa alla Camera, dopo aver diretto l’Inno di Mameli per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Era stato un breve discorso politico, cheneppure voleva fare; ma Gianfranco Fini l’aveva involontariamente provocato, borbottando qualcosa sulla cultura italiana e l’articolo 9 della Costituzione. "Non siamo questuanti con la mano tesa, la musica non è intrattenimento", e tutti avevano applaudito. Un applauso gratis, senza conseguenze. Dopo di allora, il direttore ha ribadito mille volte lo stesso concetto. E ora che Claudio Abbado non c’è più, l’unico crociato rimasto con una speranza di essere ascoltato è lui, Muti, con la sua orchestra giovanile Luigi Cherubini.

L’ultima tirata l’ha fatta al Festival dei Due mondi di Spoleto, il 12 luglio scorso, dopo il concerto con i suoi ragazzi: "L’Italia sta uccidendo i propri figli. Anche in ambito musicale. I giovani di questa orchestra non hanno nulla da invidiare ai loro colleghi d’oltralpe o d’oltreoceano. Eppure assistiamo a genuflessioni nei confronti di chi viene da fuori, mentre i nostri talenti sono lasciati al proprio destino. Molti di questi musicisti troveranno posto in orchestre italiane ed estere, ma alcuni dovranno abbandonare la loro professione per cercarsi una strada diversa, poiché in Italia le orchestre, perfino le bande musicali, chiudono ogni giorno. La scuola, la politica italiana facciano qualcosa per evitare che questo Paese viva soltanto di ricordi".

È così: gli under 30 della Cherubini, che lavorano grazie a un contratto di tre anni, Muti o no, nell’Italia "non giovanile" restano a spasso. L’ultimo esempio è quello della violinista Roberta Mazzotta, leccese, classe 1983, che ha raggiunto il limite massimo per lavorare nella Cherubini e ora è disoccupata. "La cosa che mi fa rabbia" ha detto la musicista "è che non è da tutti suonare con il maestro Riccardo Muti in teatri importanti, ma questo prestigio non viene riconosciuto. Sarei potuta rimanere a casa e adesso sarebbe la stessa cosa".

Non è un caso isolato quello della violinista Roberta Mazzotta. Ci sono una ventina di orchestre giovanili nel nostro Paese (un vero censimento non esiste) e il destino dei loro componenti è lo stesso. Il Giornale della musica (dati 2012), dichiara che solo lo 0,45 per cento dei diplomati in conservatorio trova lavoro in Italia. "Sul mondo dello spettacolo gravano sia i problemi dell’economia sia quelli della politica" dice a Panorama Umberto Angelini, sovrintendente del teatro Grande di Brescia. È vero che costa molto mantenere un teatro d’opera, ma "le poche risorse che ci sono non vengono distribuite in modo equilibrato" dice. È la solita solfa: scarsi finanziamenti e sistema clientelare nella gestione della cultura. Eppure "le orchestre giovanili sono importanti perché sono un indispensabile completamento degli studi regolari, che prevedono molta teoria ma pochissima pratica" commenta Giampaolo Bisanti, uno dei direttori d’orchestra italiani emergenti.

Le risposte delle istituzioni non sono confortanti. Basti pensare che in pieno Expo, ad agosto 2015, la Scala di Milano sarà colonizzata dall’Orchestra del Venezuela Simón Bolívar, quella diretta da Gustavo Dudamel, ma anche dalle relative orchestre di giovani, come la Juvenil e persino la Infantil. E se il critico musicale Paolo Isotta denuncia che "la Bolívar costa più dei Berliner" e che "Dudamel è un pessimo direttore", ha ragione il pianista Nazzareno Carusi a lamentare che "non far suonare i “nostri” e invitare gli “altri” è una follia artistica prima ancora che una stupidaggine politica".
Così le nostre orchestre chiudono. E mentre noi andiamo ad applaudire quelle straniere, l’unica via di scampo rimasta per i nostri giovani sarà soltanto la fuga. All’estero, forse, troveranno lavoro.

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