Gianni Poglio

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«Qualche mese dopo la morte di Kurt (nato ad Aberdeen Washington, il 20 febbraio 1967, ndr) decido di andare a un festival con un gruppo di amici. Fino a quel momento avevo tenuto duro, non mi ero lasciato andare. All’improvviso, nell’intervallo fra una band e l’altra, parte una canzone dei Nirvana e 40 mila ragazzi iniziano a cantare. Uno shock. In una manciata di secondi ho capito che era davvero tutto finito».

Così racconta Dave Grohl dopo 23 anni: ieri batterista dei Nirvana, oggi cantante e leader di una delle rock band più popolari del mondo, i Foo Fighters. Esattamente due decenni fa usciva In Utero, l’album passato alla storia come il testamento dei Nirvana, la band della rivoluzione grunge. Venivano dai basement di Seattle, cantine industriali trasformate in sala prove, i Nirvana.

Chi erano i Nirvana? Tre ragazzi talentuosi che con un paio di dischi avevano mandato in soffitta i suoni e le bizzarrie estetiche degli anni Ottanta. «Non riascolto quasi mai i vecchi album» dice oggi Grohl. Che però ha fatto un’eccezione in vista dell’edizione speciale e rimasterizzata di In Utero , arricchita da inediti, provini e versioni live. «Un grande dolore: risentire i vecchi brani e la voce di Kurt spezza il cuore. È stato bellissimo, ma il mito dei Nirvana è bruciato troppo in fretta. Nel mezzo del sogno è arrivato l’incubo. Intorno a noi aleggiava la sensazione che Kurt (si suicidò il 5 aprile 1994, ndr) non sarebbe vissuto a lungo. Chi lo sa, magari poteva andare in un altro modo... La vita mi ha insegnato che non c’è niente di più difficile che salvare un uomo da se stesso».

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