Gianni Poglio

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Il primo posto per la prima volta  con l’album più difficile ed introverso della sua carriera. Un disco dall’atmosfera rurale, fatto di suoni delicati e testi pieni di poesia. Quanto di più lontano dalle melodie telefonate della generazione talent show:  «Simbolicamente mi fa molto piacere aver raggiunto questo traguardo a quarantotto anni e con una raccolta di brani che sono oggettivamente antitetici ai canoni tradizionali del pop da classifica» racconta a Panorama Niccolò Fabi (INTERVISTA E LIVE ACUSTICO A PANORAMA D'ITALIA, 30 GIUGNO ORE 19, PALAZZO DEI CONGRESSI).

Canzoni nude, spogliate di qualsiasi orpello e nate in completa solitudine. Dove è andato a nascondersi per questo suo personale immersione «into the wild?»
A Campagnano, lungo la strada che porta da Roma a Viterbo. Ci sono rimasto tre mesi scrivendo e registrando in totale isolamento. Non mi sono portato nemmeno un fonico: è stata solitudine vera, spietata e senza mediazioni. Il primo posto è certamente una soddisfazione, ma bisogna però dire che nel 2016 le vendite dei dischi sono talmente basse da rendere possibile un risultato del genere anche senza numeri eclatanti.

Dietro il titolo, Una somma di piccole cose, sembra esserci una presa di coscienza, e cioè che il tempo dei sogni e delle grandi utopie di cambiamento è tramontato.
Una somma di piccole cose era il titolo che avevo scelto ancor prima di iniziare a scrivere le canzoni. Tramontata l’utopia di fare grandi rivoluzioni, restano solo e soltanto le piccole rivoluzioni quotidiane e personali a cui tendere senza paura e con tanto coraggio.

Dal punto di vista umano e artistico che cosa ha rappresentato il successo ottenuto lo scorso anno in trio con Daniele Silvestri e Max Gazzè?
Abbiamo avuto tutti e tre la chance di ricominciare da capo, di mischiare le nostre identità. Per me si è trattato anche di un’avventura musicale disimpegnata: per una volta non ho avvertito sulle spalle tutto il peso di un progetto. Ci siamo anche divertiti molto scrollandoci di dosso il mood da cantautore serioso  e recluso nel proprio mondo.

La vedremo mai nei panni del giudice o del coach in un talent show?
Assolutamente no, quella non è proprio la mia tazza di tè. Preferisco di gran lunga insegnare scrittura della canzoni a ragazzi molto più giovani di me presso l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini a Roma. Io mi nutro degli entusiasmi e delle passioni degli allievi. Mi ricordano chi sono e da dove vengo e mi aiutano a comprendere che cosa significa fare il mio lavoro oggi, in un’era molto complicata per chi aspira a guadagnarsi da vivere esprimendo talento e creatività.

L’impressione generale è che non tiri una bella aria per gli esordienti.
Si sono perse alcune sicurezze fondamentali: gli artisti della mia generazione sono cresciuti avendo come punto di riferimento la discografia. Si faceva la fila nei corridoi delle etichette sperando di trovare un produttore. Oggi non è così, si punta subito al sodo, ad apparire in tv, ad avere una strategia per l’eventuale televoto.  

Tra i riferimenti da lei citati per spiegare le fonti d’ispirazione della sua musica compare sempre il cosiddetto indie-folk americano. Che cosa intende esattamente?
Intendo quel mondo sonoro, prevalentemente acustico, che oggi è di Bon Iver e che ieri  è stato di Neil Young: storie di provincia raccontate in maniera schietta e diretta senza melensi giri di parole. 

Francesco De Gregori ha inciso un album tributo a Bob Dylan, lei a chi dedicherebbe un disco di remake?
Domanda molto difficile. Facciamo così: ci penso e glielo dico quando ci vedremo a Ravenna per Panorama d’Italia.  

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