Musica

Music business: cresce il mercato in Europa (anche in Italia)

Enzo Mazza, Ceo di Fimi, spiega perché le major discografiche stanno tornando al centro della musica

Enzo-Mazza-2015

di Enzo Mazza, CEO della Federazione Industria Musicale Italiana

I primi dati relativi al 2015 che emergono dai vari Paesi dell’UE e dall’Italia mostrano un certo recupero in buona parte guidato dallo streaming. Germania, Spagna, i nordici e il nostro Paese segnano tutti un dato positivo. In UK per la prima volta lo streaming supera il mezzo miliardo di ascolti.

In Spagna il digitale, rappresenta ora il 53 % del mercato ed ha superato il fisico per la prima volta. In Italia lo streaming è ormai il 26 % di tutto il settore. La rivoluzione digitale che ha attraversato il mercato della musica ha portato le aziende ad una profonda trasformazione. Prima di tutto il digitale è diventato “new normal” e le imprese hanno imparato ad affiancare alle tecnologie tradizionali (CD, DVD e vinile) tutto il portafoglio di nuove opportunità, dal download, allo streaming ed alla comunicazione sui social.

Pensiamo al videoclip, nato come veicolo promozionale per promuovere il nuovo album di un artista sui canali musicali televisivi, oggi vive di vita propria grazie alla monetizzazione su YouTube e Vevo. I ricavi sostenuti dalla pubblicità e le brand partership che le major hanno messo a punto con rilevanti investitori nei settori fashion o automotive sono diventate parte integrante dell’attività di un’impresa che una volta veniva definita “record company” e oggi per lo più è quella che chiamiamo “music entertainment company”.

Vi è stato un certo periodo nel corso della “disruption” che ha caratterizzato il settore dove la disintermediazione sembrava diventare la via più facile per gli artisti, pensiamo ai Radiohead e l’esperimento di qualche anno fa. Tuttavia la complessità del sistema digitale, la necessità di presidiare i fan su vari canali interconnessi, la strada obbligata di garantire una costante innovazione nei segmenti più diversi, dallo streaming al download, ma passando per cofanetti in esclusiva o vinile o la sincronizzazione video, ha nuovamente posto al centro del palcoscenico le case discografiche e le professionalità che all’interno di queste si sono sviluppate. L’attività di ricerca e scounting non è più solo legata al live ma deve presidiare YouTube e i social network magari passando anche per un talent televisivo.

L’abilità di un’azienda che lavora a 360 gradi intorno magari ad un giovane artista non è solo quella di vendere il prodotto discografico, ma di creare un sentiment intorno all’artista che recepisca sia la capacità creativa (senza una buona canzone il resto non serve…) sia le sue capacità di interagire con i fan, dagli instore dove i cantanti incontrano i consumatori, alla realtà social, ai tour. L’innovazione spinta è il vero driver di un economia che oggi è diventata sicuramente un modello per il settore dei contenuti. Le forme di di ricavo sono radicalmente cambiate e “ad supported model”, “freemium” e “brand partnership” sono termini comuni nella declinazione di un progetto discografico. Non è un caso che una ricerca realizzata in UK tra artisti e band emergenti ha confermato che il 70 % di loro vorrebbe ottenere un contratto discografico.

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