Museo Rosenbach: torna dopo 40 anni la leggendaria prog-rock band italiana

La recensione di Barbarica, il nuovo album 

La copertina del nuovo album di Museo Rosenbach

Tony Romano

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Nel 1973 avevano pubblicato un album incredibile considerato oggi, uno dei capolavori assoluti del progressive italiano. Ma all’epoca, quando il Museo Rosembach diede alle stampe Zarathustra, questo il titolo del loro primo disco, vennero letteralmente travolti da quella che voleva essere solo una provocazione. La copertina, raffigurava un volto umano realizzato tramite un collage di foto tra cui un mezzobusto di Mussolini. Questofu sufficiente a bandire il gruppo da tutti i circuiti musicali e televisivi, relegando nell’oblio quel capolavoro che era Zarathustra.

Dopo pochi anni il Museo Rosenbach, si sciolse e nel 1975, il batterista del gruppo Giancarlo Golzi, entrò in un altro gruppo che lascerà il segno, i Matia Bazar. Ad aprile, esattamente quarant’anni dopo, il Museo torna insieme e lo fa con un nuovo disco entusiasmante che suona esattamente come allora. Barbarica, questo il titolo della nuova opera del Museo, descrive un mondo che si sta lentamente perdendo mentre viene dilaniato da guerre inutili e dal barbaro rapporto umano verso la natura. Cinque tracce splendide come Il respiro del pianeta, che apre il disco: gli uomini stanno distruggendo il loro mondo e non capiscono che questo li porterà indietro, ad uno stato primordiale. Lo stile del Museo è inconfondibile e strizza l’occhio al passato cercando però nuovi approdi musicali.

Il brano successivo, La coda del diavolo è come diviso in due parti, la prima riesce a creare atmosfere e scenari onirici, grazie alla potente voce di Stefano ‘Lupo’ Galifi e alle magiche tastiere di Alberto Moreno. Nella seconda, invece, le chitarre taglienti di Sandro Libra e Max Borelli ci trascinano lontano, portando la mente altrove. Splendida anche Abbandonati, sublime esempio di rock sinfonico, apparentemente una specie di danza tribale con un crescendo che tocca l’apice con un fantastico solo di chitarre e moog in puro stile prog rock. Toni cupi anche per Fiore di vendetta, che si apre con un incredibile tappeto di tastiere ed un breve robotico flanger alla voce, trascinandosi lentamente tra arpeggi e delicati flauti, per poi esplodere con un potente finale. Chiude questo viaggio sonoro, Il re del circo, che riesce nell’intento di fondere il suono classico della band con una nuova svolta sonora che ci regala un eccezionale organo hammond ed un imprevedibile cambio di ritmo, tra suoni distorti e controtempi sempre più veloci e cattivi.

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