Musica

Muse, il nuovo disco raccontato da Matt Bellamy

Il frontman parla in anteprima di "Drones" in uscita oggi, 9 giugno

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Micol De Pas

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Si intitola Drones ed esce oggi il nuovo album dei Muse, un viaggio dai toni fantascientifici che parla del mondo di oggi. Tra fantasmi, ossessioni e paure. Tra amore e morte, tra sconfitta e rivoluzione. Coprodotto dai Muse, che hanno all'attivo sei album e 17 milioni di copie vendute nel mondo, e da Robert John “Mutt” Lange, questo disco è un ritorno alle radici del rock: il sound è fatto da basso, batteria e chitarra, lasciando poco spazio all’elettronica. Un assaggio lo abbiamo avuto con il singolo Dead Inside, in radio dal 23 marzo e con il lancio del primo brano, Psycho, sul loro canale youtube. 

Ce ne parla Matt Bellamy, frontman dei Muse, in un’intervista milanese (con tanto di caffè-latte, uova strapazzate e salsicce nel piatto) in cui lascia aperta un'ipotesi spettacolare: preparatevi al concerto, potrebbero esserci dei droni in volo sul palco.

 

 

Un concept album, per rimanere nella tradizione dei Muse. Perché?

“In effetti è la nostra cifra. Avere un tema centrale rende più semplice la creazione di un album, perché tutte le decisioni da prendere devono rispondere alla domanda: qual è la cosa che risponde meglio al tema portante? Così ad esempio, parlando di droni, del rapporto tra tecnologia e uomo, abbiamo scelto di andare nella direzione più umana possibile semplificando al massimo il suono: basso, chitarra e batteria”.

Da dove nasce l’idea?

“Ho letto iun paio di anni fa un libro molto documentato sui droni, sul loro utilizzo, sulla tecnologia su cui si basano e su tutto quanto l’informazione mainstream non racconta. Allora i droni rappresentano gli effetti negativi causati dalla tecnologia, da questa iperconnessione che in realtà significa solitudine, calo dell’empatia, minore comprensione del reale”.

Nel disco viene riproposto un brano di un discorso di JFK, perché?

“È un discorso in cui JFK parla di libertà individuale. Un tema molto rilevante oggi, in quest’epoca di controllo e manipolazione. E segna un cambiamento nella storia narrata nel disco”.

Cioè?

“Siamo a un turning point: da Dead Inside fino a Aftermath, c’è la storia di un protagonista che si sente appunto morto dentro ma che, proprio al discorso di JFK, riscopre la forza interiore e decide di ribellarsi, per approdare al brano Aftermath in cui si parla d’amore”.

Aftermath è l'unico brano che affronta questo tema.

“Ci si arriva dopo un viaggio fatto di abusi, manipolazione, privazione di libertà, solitudine: è il momento di andare a casa e rilassarsi. In altre parole, ci vuole l’amore. Che è una tensione, un tendere a un punto di arrivo. Non è detto che lo si raggiunga, a volte si è costretti anche a passare attraverso cose difficili. Per quanto mi riguarda, è un lungo viaggio, tuttora in corso”.

L’altro grande tema è la perdita della speranza. Cos’è la speranza per lei?

“La speranza è quando sei in grado di entrare in contatto con te stesso e trovi elementi per cui vuoi prendere il controllo della tua vita, del tuo destino. Sono temi cari ai Muse e si riconnettono con la mia infanzia, a quel periodo doloroso del mio passato che coincide con la separazione dei miei genitori. È lì che ho sperimentato direttamente la solitudine”.

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Guarda Mercy, il nuovo video

Muse, Drones, Warner, in uscita il 9 giugno

I Muse saranno in concerto a Roma, unica data italiana, il 18 luglio al festival Rock in Roma (Ippodromo delle Capannelle).

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