Musica

Mumford & Sons: trionfo a “Rock in Roma” - La recensione

Il quartetto inglese ha convinto sia nella veste folk che in quella elettrica di “Wilder mind”

Mumford and Sons

Gabriele Antonucci

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Grazie ai successi mondiali di Sigh no more del 2009 e di Babel del 2012, i Mumford & Sons hanno rinverdito i fasti del folk con un’attitudine moderna, rimettendo al centro della cultura pop gli strumenti acustici, suonati con feroci accelerazioni in epici crescendo.

Quasi una favola, la loro, iniziata una decina d’anni fa quando Marcus Mumford è stato respinto dalle università più importanti d’Inghilterra, Oxford e Cambridge, sfogando la sua frustrazione nei testi delle canzoni che hanno costituito l’architrave del primo album dei Mumford & Sons, Sigh No More.

Dal fallimento ai trionfi mondiali, culminati con il vertice delle classifiche Usa e inglesi nel 2012 per l’eccellente album Babel. Stesso risultato conseguito a maggio per la loro terza fatica, Wilder mind, che ha segnato una clamorosa svolta elettrica:  le chitarre acustiche hanno lasciato spazio a quelle elettriche, il basso ha sostituito il contrabbasso, sì alla batteria e no al banjo, lo strumento che caratterizzava maggiormente il loro sound.

Un album metropolitano e notturno, più riflessivo e con meno ottave alte, dove la voce di Marcus appare più controllata ed espressiva. C’è chi ha paragonato la svolta elettrica di Wilder mind a quella di Bob Dylan del 1965 con l’album Bringing It All Back Home, un paragone francamente improponibile, anche se è evidente che molti fan del vecchio corso siano rimasti spiazzati da un cambiamento così netto. «Wilder Mind è più vicino a quello che siamo adesso –ha sottolineato Marcus Mumford- La musica oggi è totalmente ibrida e contaminata e noi abbiamo gusti musicali molto ampi, non potevamo ripeterci. Questo disco non è una sfida, è un invito a seguirci. Per noi è stata un’evoluzione naturale. Suoniamo ancora degli strumenti invece che premere dei bottoni, e questo rimane un messaggio forte. Anche se la cosa più importante sono sempre le canzoni».

Tutti si domandavo se le vecchie canzoni sarebbero state riproposte dal vivo nelle versioni originali o riarrangiate in chiave elettrica. Il dubbio è stato fugato ieri sera nel concerto a Rock in Roma, davanti ai 12.000 spettatori del Rock in Roma, presso l’Ippodromo delle Capannelle, con una buona fetta di stranieri.

Il banjo, la kick-drum e il contrabbasso sono rimasti nei brani di Sigh no more e di Babel, mentre nelle nuove canzoni abbiamo assistito alla nuova veste sonora dei Mumford & Sons. Una scelta saggia, che accontenta tutti e che arricchisce di nuovi colori la tavolozza espressiva del quartetto inglese.

Il concerto è iniziato pochi minuti prima delle 22 con il gruppo che entra alla spicciolata. Marcus si limita a un “Ciao!”. L’inizio è soft con il nuovo brano Hot Gates, suonato con le luci ancora basse.

Subito dopo la prima sorpresa. “Grazie mille, Roma -urla il frontman-Noi siamo qui per un party”. Bastano le prime battute di I will wait, forse il loro brano più celebre, per scatenare una contagiosa ondata di entusiasmo, con tutti e 12.000 spettatori che cantano e ballano trascinati da crescendo della canzone.

Stessa accoglienza per Roll Away Your Stone, dove le tastiere di Ben Lovett e il banjo di Winston Marshall sono grandi protagonisti. E’ il turno di un altro brano del nuovo album, Snake Eyes, con sintetizzatori e chitarre scintillanti, ritmica incalzante e finale in crescendo tipicamente mumfordiano.

Il brano Wilder Mind, cantato da Marcus Muford ad occhi chiusi, ricorda da vicino le malinconiche balla dei National, non a caso il nuovo disco è stato registrato nel garage-studio di Aaron Dessler a Brooklyn.

Si torna a ballare e a cantare in Awake my soul, per non parlare della successiva Lover of the light, uno dei momenti più emozionanti e coinvolgenti del concerto, fulgido esempio dell’estetica musicale del quartetto inglese.

In Thistle & Weeds, suonata con soffuse luci rosse, Marcus fa il verso a Johnny Cash, ma è evidente che i M&S danno il loro meglio nelle furiose accelerate, vedi  il nuovo singolo Believe, cantato dal frontman, ormai in piena trance da concerto, in piedi sopra la cassa. “Adoro l’Italia, sono sempre stato bene da voi -dice per ringraziare il pubblico del grande calore- Adesso volete ballare?”.

Come si può declinare l’invito, soprattutto nell’epicità di The Cave, il capolavoro di Sigh No More, che allenta anche gli ultimi freni inibitori e trasforma l’Ippodromo delle Capannelle in un’immensa discoteca a cielo aperto.

Momento acustico con i quattro musicisti che si raccolgono davanti a un solo microfono, con un leggero accompagnamento di chitarra e banjo, nelle suggestive ballad Timshel e Cold Arms, dove i Mumford confermano di cavarsela egregiamente anche nel fioretto, oltre che nella sciabola.

Il concerto si chiude nell’entusiasmo generale con Only Love, Ditmas e Dust Bowl Dance, quest’ultima impreziosita da  una spettacolare cascata di luci.

C’è ancora il tempo per un generoso bis e per un simpatico siparietto: Marcus chiama sul palco un fan che aveva precedentemente coinvolto in uno scambio verbale, Filippo, che, ancora incredulo, sale le scale che lo portano ai sui beniamini accompagnato dagli applausi e dai cori degli spettatori. Il ragazzo abbraccia calorosamente tutti e quattro i musicisti e fa da traduttore ai ringraziamenti del cantante: “Cara Roma, ti amiamo tanto, siete il miglior pubblico del mondo".

Sia nel classico Little-Lion Man che nella trascinante The Wolf i Mumford & Sons mostrano la carica, la padronanza del palco e la magniloquenza di gruppi ormai abituati agli stadi, come gli U2 e i Coldplay.

Dopo la fase neo folk e quella elettrica di Wilder mind siamo convinti che il quartetto inglese, nei prossimi anni, arriverà al terzo step, quello della definitiva consacrazione negli stadi.

E pensare che tutto è partito da una domanda di iscrizione respinta sia dall’università di Oxford che di Cambridge.

La scaletta

Hot Gates
I Will Wait
Roll Away Your Stone
Snake Eyes
Wilder Mind
Awake My Soul
Lover of the Light
Thistle & Weeds
Ghosts That We Knew
Believe
Tompkins Square Park
The Cave
Timshel
(acoustic)
Cold Arms
(acoustic)
Only Love
Ditmas
Dust Bowl Dance
Encore:
Broad-Shouldered Beasts
Little Lion Man
The Wolf

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