Motorhead: Aftershock, la recensione

L'ultima grande band di rock'n'roll non sbaglia un colpo

La copertina di Aftershock

Gianni Poglio

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Sarebbe stupefacente se i Motorehead non suonassero uguali a se stessi. Chi li ama sa che questo è il loro bello. Un album di Lemmy deve avere quel suono sgraziato tra heavy metal, rock'n'roll e blues.

Aftershock arriva dopo mesi di salute cagionevole per il buon vecchio Kilmister. Che magari è un po' provato per le esibizioni live, ma in studio continua ad essere quello che è sempre stato. Anche perché di voci come la sua non è che ce ne siano in giro tante (il disco esce il 21 Ottobre per UDR Music/Audioglobe)

Se l'iniziale Heartbreaker è il classico pezzo che i Motorhead suonano inserendo il pilota automatico, Coup de grace e la splendida Lost woman blues sono portatrici di buone vibrazioni. Funziona e coinvolge il torrido rock'n'rol di Do you believe. Riporta invece ai tempi di Ace of spades la martellante Going to Mexico. Più che un power trio, i Motorhead sono una micidiale macchina da guerra. 

I loro dischi sono una certezza: sai già che cosa aspettarti prima di schiacciare play, ma ogni volta è come rituffarsi alle radici del rock, quello che arriva dritto senza mediazioni ed effetti speciali. Meno male che ci sono. Per tutto il resto c'è Justin Bieber...

 
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