Redazione

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È morto a 70 anni il cantante rock blues britannico Joe Cocker. Lo ha annunciato il suo agente, Barrie Marshall, alla Bbc. La scomparsa, dopo una lunga e dura battaglia contro un tumore al polmone. Il cantante e autore era nato a Sheffield, in Inghilterra. "Era semplicemente unico, sarà impossibile riempire il vuoto che lascia nei nostri cuori", ha commentato Marshall. Considerato uno dei simboli di Woodstock, Cocker cantò la celebre versione rock della cover dei Beatles, "With a little help from my friend".

Veniva da Sheffield, nella profonda Inghilterra dello Yorkshire del sud, Joe Cocker, vero nome di battesimo John Robert. In 50 anni di attività ha composto 40 album ed effettuato decine e decine di tour mondiali, iniziati quasi di botto quando, nel 1964, cominciò la sua carriera. Vincitore del Grammy nel 1983, con "Up where we belong", in realtà l'artista britannico deve gran parte della sua fama ai Beatles, essendo tuttora meglio conosciuto come il cantante della cover di "With a little help from my friends" realizzata con Jimmy Page alla chitarra.

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Nel 2007 era anche stato nominato membro dell'Order of British Empire, dedicato a chi eccelle in genere nelle arti e consegnato direttamente dalla regina Elisabetta II. Ex star di Woodstock, il celeberrimo evento musicale del 1969, Cocker vantava collaborazioni con i più grandi artisti mondiali. Da tempo viveva negli Stati Uniti ed è proprio lì, nel suo ranch di Crawford, in Colorado, che Cocker è morto. La Sony Music ha rilasciato un sofferto comunicato, annunciando appunto la dipartita del cantante.

Anche lui, come molti colleghi della sua generazione, ha rischiato di morire giovane, consumato da alcol e droghe. La sua performance a Woodstock rimane uno degli highlights della "tre giorni di pace, amore e musica": l'urlo prima della reprise, che avrebbe spezzato le corde vocali di un uomo normale, fu come un grido di battaglia per milioni di giovani.

Diventò subito famoso anche negli Usa per la sua voce roca e le sue insolite movenze. Non a caso la sua imitazione rimane uno dei must di John Belushi, così come il duetto dei "due Joe Cocker" una delle tante perle di quella irripetibile stagione del Saturday Night Live. Insieme a Leon Russell realizzò "Mad Dogs & Englishmen", il suo primo, memorabile, live cui fu dedicato anche un documentario che è uno dei classici della cinematografia rock del periodo. Era il 1970 e presto cominciarono i problemi con gli abusi che misero a rischio carriera e salute.

È stato il cinema a riportarlo allo status di star negli anni '80: "You Can Leave Your Hat On" (un brano di Randy Newman) accompagna lo spogliarello di Kim Basinger in "9 settimane e1/2" ed entra nella storia del costume, "Up Where We Belong", un duetto con Jennifer Warnes inserito nella colonna sonora di "Ufficiale Gentiluomo", vince l'Oscar.

Da eroe di Woodstock e della trasgressione, si trasforma in una star al cui servizio ci sono i migliori team di autori e produttori, nel 1987 arriva anche un altro mega hit, "Unchain My Heart". In Italia ha trovato in Zucchero un fan entusiasta che ha modellato stile e movenze su quelle di Joe Cocker, ma anche Eros Ramazzotti ha inciso un duetto con lui. Oltre ad aver vinto Oscar e Grammy, nel 2007 è stato nominato Ufficiale dell'Ordine dell'Impero Britannico, quasi a sancire la sua trasformazione. La sua voce roca rimane un autentico, imitatissimo, marchio di fabbrica nonostante negli ultimi anni non sia stato più il rocker innamorato della black music degli inizi.

Sul piano artistico andare oltre "You Can Leave Your Hat On" è stato difficile quasi quanto umanamente superare i suoi guai personali. Quando una canzone diventa la colonna sonora di qualsiasi numero sexy di qualsiasi programma tv (e non solo) ai quattro angoli del mondo può trasformarsi in una prigione. Da vecchio soul man british che ha fatto la gavetta nei pub, Joe Cocker non ha avuto bisogno di fare altro che tentare di migliorare il suo look (che non è mai stato il suo forte), dare una levigatina agli arrangiamenti, cavalcare l'onda. E ora a 70 anni compiuti lo scorso maggio, poteva guardare tranquillo il Grammy e l'Oscar che spiccano nella sua bacheca, insieme ai milioni di dischi venduti. Ma la malattia non gli ha concesso altro tempo.

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