Gabriele Antonucci

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Mentre si continua cicilicamente a suonare le campane a morto per il rock, che ha avuto nei Radiohead l’ultimo gruppo davvero innovativo, la musica black gode, invece, negli ultimi tempi di ottima salute.

Complice forse anche il clima politico e la crescita del movimento Black Lives Matter, negli ultimi due anni sono stati pubblicati album straordinari come Black Messiah di D’Angelo, Malibu di Anderson.Paak, Awaken my love di Childish Gambino, Process di Sampha, Blonde di Frank Ocean e Love & Hate di Michael Kiwanuka, in perfetto equilibrio tra intrattenimento e consapevolezza, tra il recupero di sonorità vintage e sperimentazione sonora.

Love & Hate di Michael Kiwanuka è risultato, nelle consuete classifiche di fine anno, come uno dei migliori album del 2016, secondo solo all’inarrivabile Black Star di David Bowie.

Benedetto dall’illuminata produzione artistica di Danger Mouse (Black Keys, Gnarls Barkley, Beck), il cui tocco è evidente nelle orchestrazioni e nelle sezioni ritmiche, Love & Hate è una straordinaria cavalcata attraverso il soul, il blues e l’r&b, con un sostrato rock che richiama, soprattutto nel mondo di suonare la chitarra elettrica di Kiwanuka, i Pink Floyd di The Dark Side of the Moon e di Wish you were here.

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Le ottime impressioni che abbiamo avuto dell’album, ascoltato quasi fino allo sfinimento, sono state non solo confermate, ma anche esaltate dal live di ieri sera del cantautore inglese di Muswell Hill (Londra) alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, unica data italiana del tour di Kiwanuka.

L’artista ha mostrato di che pasta è fatto solo pochi giorni fa a Monza davanti ai 55.000 spettatori del concerto dei Radiohead, che stravedono per lui, così come Kanye West.

Due attestati di stima niente male, per un artista appena trentenne, ma che vanta un corpus di brani che già gli valgono un piccolo, ma significativo posto, nella storia della black music contemporanea.

Il concerto di ieri sera si è aperto con il monumentale Cold little heart, un brano di oltre 10 minuti (una follia, nella discografia moderna) che, dopo una lunga introduzione floydiana, in cui sembrava di ascoltare la sei corde di Gilmour dialogare con le tastiere cinematiche di Richard Wright, si trasforma in un r&b trascinante e dolente al tempo stesso.

La successiva One more night rivela l’anima funky di Kiwanuka, ma un funky non covenzionale, più da Gil Scott-Heron che da Chic, con svisate di chitarre e un lungo solo di tastiere quasi prog.

I ritmi si fanno più soft nella morbida Falling, dove Michael imbraccia la chitarra acustica, mentre è una vera e propria scarica d’adrenalina Black man in a white world, un titolo che è quasi un manifesto programmatico della sua poetica, scandita dall’assordante handclap della Cavea dell’Auditorium.

In Place i belong c’è un dolore quasi insostenibile nella voce di Kiwanuka, ricca di blues, che si stempera però nella dolcezza dell’inciso di un brano che, agli appassionati di black musica, ricorda il mood di Inner city blues di Marvin Gaye.

If I rule the world, cupa e notturna, è scandita da una batteria quasi marziale, mentre Final frame sembra quasi, con la sua ritmica cadenzata e con il suo riff vintage e ricco di pathos, una ballad anni Cinquanta, che si chiude con un assolo di chitarra al fulmicotone.

Il cantante parla poco, ma comunica moltissimo con la sua voce, con la sua chitarra e con la perfetta amalgama della sua eccellente band. Il pubblico, rapito dall’ascolto di tanta magnificenza sonora, esplode in boati di approvazione al termine di ogni brano.

Il concerto si chiude con la dolcezza di Father’s child, con i musicisti che lasciano il palco uno alla volta.

Kiwanuka torna da solo con la chitarra acustica, con la quale regala una versione da brividi del suo primo successo Home again, in cui la sua voce ha l’eleganza e l’intensità di Sam Cooke, mentre la title track Love & Hate, con il suo ipnotico chorus, è il prefetto suggello di un concerto straordinario, salutato da una meritatissima standing ovation.

Il cantante saluta timidamente: “Grazie per essere stati al mio primo show a Roma, spero di rivedervi presto”.

Lo speriamo anche noi.

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