Non è facile fare un concerto nei palazzetti, non è solo una questione di "numero di posti", non è facile per motivi tecnici, per motivi economici, anche per motivi di aspettative che si scontrano con la realtà.

Entrare in posti grandi è sempre una scommessa. Nel suo caso, era una scommessa doppia. Perché in quei palazzetti c'era già entrato, ma non ci era più tornato e oggi è di nuovo lì in un PalaBam gremito e con addosso una luce nuova.

Marco Mengoni in strutture così grandi aveva suonato quasi una vita musicale fa. Vi ricordate il "Solo Tour 2.0" del 2011? Quello era uno spettacolo non paragonabile a quello che abbiamo visto il 5 maggio 2015 a Mantova, sotto ogni aspetto.

Abbiamo visto un palco elegante, molto semplice ma solo all'apparenza. Ha un impatto da "grande teatro", con soluzioni magari poco vistose, ma originali per il potere dei suoi contenuti. Ha puntato sulla band, introducendo alla classica formazione basso/chitarre/percussioni/piano, tre fiati (piuttosto goffi nel ballo, ma molto bravi).

Nonostante una partenza bizzarra, a freddo, con "Guerriero", quel volo speciale senza spiegare le procedure di sicurezza ha preso quota, diventando nella seconda parte il concerto che ci aspettavamo da Marco in questo momento della sua carriera.

In due ore di spettacolo e 22 canzoni ha portato ogni gusto. Dai brani fedelissimi alla versione originale fino a quelli stravolti come "Dove si vola", il brano rigettato per tanti anni dopo la vittoria a X factor e riportato in vita in una veste nuove, quasi irriconoscibile.

Senso di identità e evoluzione si mescolano senza un filo logico, senza gli schemi tipici dei concerti pop che siamo abituati a vedere. L'unico schema, è la crescita esponenziale della sua energia, della sua voce e della sua emozione. Alla cima bisogna arrivarci senza fretta, lui ce lo insegna, ma ci aspettiamo che quell'apice arrivi un po' prima, senza farsi troppo desiderare. Ma è valsa la pena aspettare.

Mengoni, lo vedrete anche voi nelle prossime date, non è mai stato così "libero". Lo si sente già nel tono della sua voce quando parla, nel suo modo di ballare sul palco, nei messaggi che anticipano l'arrivo di "Esseri umani" in cui spiega le idee in cui crede, facendo riferimento anche a tragiche vicende dove l'uomo è stato calpestato per la sua diversità.

C'era l'app per interagire con il concerto (l'ho usata, è molto divertente ma per avere l'impatto giusto devono usarla quasi tutti e a non tutti funziona), la presenza di luci "transformer" che che credo di non aver mai visto prima d'ora, il grande schermo in formato 16:9 sullo sfondo e non piatto che creava con le grafiche un'esperienza che ricordava il 3D.

Una bambina, non avrà avuto molto più di 10 anni, ha stretto il polso della sua amica per tutto il concerto. I vetri dei suoi occhiali brillavano per il riflesso delle luci, ma molto di più brillavano i suoi occhi. Forse era il primo grande evento musicale della sua vita.

Si è alzata in piedi, come tutti, quando Marco ha cantato "l'Essenziale", il brano che più di tutti i suoi pezzi è entrato nelle nostre vite diventando un grande classico. Mentre Marco in ginocchio si godeva lo spettacolo di migliaia di persone cantare la sua canzone, quella bambina si è tolta il cardigan e ha mostrato la sua maglietta con su scritto "Happiness", felicità.

È quella la missione delle "Parole in circolo" anche in questo tour. Sì cantare a squarciagola (fatto), sì scatenarsi sui brani più ballabili (fatto in "Io ti aspetto" e "I got the fear" eccezionali dal vivo), ma la vera missione di Marco è che ognuno di noi porti qualcosa che rimanga addosso nelle vite degli altri per sempre.

Non un gadget, non una maglietta, ma il peso rivoluzionario delle parole. Quelle che usiamo, quelle che ascoltiamo, quelle che ci cambiano la vita e ci rendono persone felici, come quella bambina che stava spezzando il polso alla sua amica dall'emozione e qualche ora prima ha deciso di portare la sua parola in circolo, tirandola fuori da un armadio.

Siamo tutti alla ricerca di una capacità, che Marco dice durante il concerto di aver perso da grande, quella di godersi la bellezza di ogni singolo istante. Quando si è adulti non si torna più indietro e iniziano le preoccupazioni, le responsabilità, i lutti, i trofei da collezionare che non sono mai abbastanza per renderci persone felici, sempre. Non è facile ma almeno ci si prova a vivere come quella bimba con la scritta "Happiness". O almeno ci ho provato io ieri sera.

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