Musica

Mario Lavezzi: l'emozione di scrivere canzoni

Intervista in occasione della finale di Campus Band, il concorso per studenti musicisti

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Micol De Pas

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Le sue canzoni le conosciamo bene, portate in scena da lui stesso o da grandi interpreti della musica italiana. Sì perché Mario Lavezzi, con oltre 50 anni di musica sulle dita, ha scritto e prodotto lavori per Loredana Bertè, Fiorella Mannoia, Ornella Vanoni, per citrarne solo alcuni. Ma anche per i giovanissimi vincitori di talent negli anni più recenti, e per se stesso, con diversi album tra cui l'ultimo, "L'amore è quando c'è".

Fa parte di quella generazione di instancabili che hanno la musica nel cuore e non smetteranno mai di regalarla al pubblico. Come la loro passione, che si incanala nel lavoro con i più giovani, su un terreno di scambio sempre più raro.

Esattamente come è accaduto nel contest Campus Band, il concorso aperto a gruppi di studenti delle scuole superiori e delle università di tutta Italia, messo a punto insieme a Mogol e Franco Mussida. Le dieci band arrivate in finale si esibiranno questa sera a Milano, tappa conclusiva della manifestazione. Per noi, è invece il punto di partenza per una conversazione sulla musica. A partire proprio dai giovani...

"Io sono nato in una band giovanile, quando frequentavo le superiori. Avevo 15 anni quando suonavo con i Trappers: ci incontravamo e suonavamo sulle panchine dei giardinetti del quartiere", racconta Lavezzi, "A quei tempi c'erano i matiné, il sabato e la domenica pomeriggio per andare a ballare con le band che suonavano dal vivo. E noi riuscivamo a esibirci, come alle feste dei vari licei milanesi. Erano esperienze importanti perché da quelle aggregazioni nascevano cose notevoli: fare musica insieme significa scambiarsi anche l'emotività. Ecco perché è nato questo concorso".

L'obiettivo è stato raggiunto?
"Cerchiamo autori di spessore. E ce ne sono. Quasi tutti questi gruppi hanno dimostrato di fare ricerca e di andare controcorrente".

Lei ha lavorato anche con i ragazzi vincitori di Amici di Maria de Filippi. Cosa pensa dei talent?

"Attualmente, i talent sono l'unica alternativa per promuovere un giovane. Produrre un disco è diventato molto semplice, ma il costo più elevato è la promozione e le case discografiche non hanno più risorse per farlo. Dunque i talent e Sanremo sono il modo per far conoscere i personaggi alla gente, garantendo del fatturato immediato. Poi resta la questione di come tenere a galla questi ragazzi: una fatica spaventosa".

Questa fatica è data anche dai tempi così rapidi cui sono sottoposti gli artisti?

"Beh, una volta si facevano contratti di sette anni, con investimenti che prevedevano un recupero dopo tre o quattro anni. Cosa non più possibile. Se poi ci si aggiunge il fermento sociale di allora, forte al punto da condizionare ogni forma d'arte, dalla pittura alla musica, si può dire che la nostra epoca è di decadenza, al contrario del Rinascimento cui abbiamo assistito negli anni 60 e 70. E ovviamente le proposte sono lo specchio di questa situazione: abbiamo a che fare, nella migliore delle ipotesi, con brani relativamente originali. Ma non c'è nessun Jim Morrison o Jimi Handrix all'orizzonte. Quelli non erano originali, erano rivoluzionari".

Rimanendo in quelle decadi, siamo all'apoca del suo primo incontro con Mogol. Ce lo vuole raccontare?

"Uscivo dal mio gruppo, i Camaleonti, per fare il servizio di leva (che credo si chiami così perché levava i sogni di gioventù) ed ero veramente disperato. Ma in effetti, quando hai un tormento, scrivi.  E io ho scritto una canzone che feci sentire a Mogol: era Il primo giorno di primavera che poi portarono alla fama i Dik Dik, prodotti da Battisti. Questo è stato l'inizio della mia carriera di autore".

Però non ha mai rinunciato a suonare in suo gruppo.

"Non posso farlo, mi è impossibile. Così fondai i Flora Fauna Cemento e, qualche anno dopo, Il volo, con Alberto Radius. Eravamo impegnati duri!".

Il volo, una delle espressioni più significative del progressive italiano.

"Era un modo di fare musica molto diverso da quanto avevo fatto prima, sulla scia degli Emerson Lake and Palmer. Che poi si è rivelato, nel tempo, un bagaglio culturale personale preziosissimo".

Poi si torna al pop, con un'altra piccola rivoluzione intitolata E la luna bussò.

"Loredana Bertè era tornata dalla Giamaica e mi fece sentire degli album di Bob Marley: rimasi folgorato, ero letteralmente impazzito per quella musica in levare. Così nacque quella canzone, che fu il primo reggae italiano. Mi spiace che oggi non ci sia quella stessa capacità di acquisire le canzoni...".

Cioè?

"Il pubblico non memorizza, sicuramente anche per un sovraffollamento di proposte, ma anche per la velocità con cui approccia la musica. E questo è un impoverimento. In ogni caso, ci sono canzoni che, se scritte in una certa maniera, rimangono vive e attuali più di altre".

Qual è il segreto?

"Sono quelle che emozionano. E ora ne ho scritte un paio con Mogol che hanno queste caratteristiche, tanto che mi emoziono mentre le suono. In particolare una. Come sempre succede con lui, ci siamo visti per finire una canzone a cui stavamo già lavorando, gli ho fatto sentire un altro brano che avevo pronto, lui mi ha fatto un appunto sulla musica. L'ho modificato e lui in un'ora ha scritto il testo. Che è bellissimo. E lo sa perché? Racconta un'esperienza vissuta in prima persona, in cui ci si può facilmente identificare. Ecco, questo è il segreto".



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