Giovanni Ferrari

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Per Marco Carta “il meglio sta arrivando”. Lo dice il suo singolo attualmente in radio e lo dicono i suoi occhi mentre ci racconta di come ha lavorato al nuovo album “Tieniti forte” (nei negozi da domani, venerdì 26 maggio, per Warner Music). A dire la verità, sembra che questo bene - il meglio, per l’appunto - sia già passato da casa-Carta: i suoi brani raccontano la ricerca della serenità personale. Il canto di Marco Carta è moderno (non ci sono più i suoi virtuosismi a cui ci aveva abituato negli album precedenti), le sonorità sono elettropop. Ecco cosa ci ha raccontato.

Innanzitutto come stai? Sembra un disco davvero positivo, sembri felice…

Sì, sto bene. Mi sento molto a fuoco. Sono sereno. Sono molto concentrato da mesi per quest’album. Ci ho lavorato senza sosta per otto mesi. Non mi sono mai distratto. Manca pochissimo ormai: non vedo l’ora che esca l’album.

Tutto il disco porta con sé il concetto di “tenersi forte”. Perché?

Questo non è un concept album, ma il “tenersi forte” è un filo conduttore importante: le canzoni parlano di tante cose diverse ma il “tenersi forte” è l’unica cosa che le lega. Qualche anno fa avevo un bisogno enorme di arrivare, di affermarmi, bramavo questo lavoro. Ora ho raggiunto tanti obiettivi che mi ero prefissato: mi tengo forte alle cose che prima davo per scontate.

Quali sono?

La famiglia, gli amici, la serenità. Insomma: voglio stare bene. Ho deciso di dedicarmi del tempo, di stare bene, di fare ciò che più mi piace. Ho cambiato team di lavoro, anche per una questione di positivo egoismo. Ho deciso di volermi ascoltare.

Con chi hai lavorato per questo album?

Ho lavorato a trecentosessanta gradi con Davide Simonetta e Luca Chiaravalli: per una volta ho apportato delle modifiche anche nel canto. Ho tolto vibrazioni e virtuosismi, ho cantato più dritto anche per dare un tocco di modernità non solo al sound ma anche alla mia voce. È stato un lavoro difficile. Non era semplice.

Quali artisti ti hanno influenzato?

Ho amato l’ultimo album di Ed Sheeran, ma in realtà vado da un genere all’altro: passo da Bruno Mars a Battisti, ascolto anche musica cinese. Ascolto di tutto. Mi piace il rap: Salmo, ad esempio, è davvero forte.

Il tuo nuovo singolo è Il meglio sta arrivando. A fine brano canti che “Il meglio sta aspettando noi”. Il bene è già qui e fatichiamo a vederlo?

Esattamente. Può capitare che le cose sono lì, ma non le vediamo. Tante volte il meglio è lì, al nostro fianco. Dobbiamo avere la lucidità di accorgercene. Ce le abbiamo già. Perché non aprire gli occhi e vederle?

Come si fa?

Le situazioni più negative servono per riconoscere anche quelle più piccole che arrivano. Non c’è male senza bene e non c’è bene senza male. Sembra banale ma è sempre così.

Il tuo disco esce pochi giorni dopo il tragico attentato a Manchester. Non sono dei bei giorni per la musica. Come hai vissuto quanto è accaduto? Hai paura?

Non ho scritto niente sui social network. Mi sono limitato al silenzio. Hanno voluto colpire fasce di età molto giovani. Io mi sento vicino alle persone che sono state coinvolte. Se dovesse succedere a un mio concerto, io probabilmente rimarrei traumatizzato a vita. La musica non può essere colpita così. Tra un po’ ci saranno i Coldplay a Parigi e mi sono detto “Come sono coraggiosi a fare lo stesso il concerto”. Ma sarà coraggiosa anche la gente ad andare. È tutto assurdo: non è giusto avere l’ansia mentre si va a un concerto. Non è bello amare il proprio cantante preferito con la paura di amarlo.



Parliamo di social network. In Solamente la pelle fai una critica alle relazioni “mediate”, dove appunto manca “la pelle”…

La canzone è stata scritta da Gigi Fazio, poi io ci ho lavorato un po’ sopra. È un brano che nasce dalla realtà. Quando due persone si conoscono, all’80% ci stanno dietro i social network: è una cosa allucinante. Prima i rapporti erano più sani, fatti di bugie sane e verità sane.

La rete ha rovinato i rapporti?

Beh, è un ottimo mezzo per il lavoro, ma andrebbe dosato. A volte se non ci si vede si fa una videochiamata, una chattata, ma è brutto. Non è uguale. Per il mio lavoro è chiaramente utile: le direct sono bellissime perché così arrivo a tutti i miei fan. Però se ci pensi potrebbe essere che nel futuro io e te ci troveremo a mangiare insieme, ma tu sarai a casa tua, io sarò a casa mia, ma sembreremo nello stesso tavolo. È fantascientifico, chiaramente. Io amo i film di fantascienza. Hai mai visto Black Mirror su Netflix?

A dire la verità no. Dovrei vederlo?

Sì, assolutamente. Tra le altre cose mi sono ispirato anche a quello.

Parliamo del concetto di scelta, ne parli nel brano La destinazione siamo noi. Quali sono i criteri di scelta che usi nella tua vita quotidiana?

A dire la verità ci possono essere diversi criteri di scelta, ma per quanto mi riguarda valgono fino a un certo punto: ti devi fidare dell’istinto. Io di base sono sempre stato molto diffidente di natura, fin da bambino (forse anche a causa della morte dei miei genitori). Prima di espormi, prima di raccontare, ascolto tanto. Poi, dopo un po’, se a pelle la persona mi piace, allora inizio a interloquire. A volte può passarci tanto, a volte poco. Il mio criterio è l’istinto. E di solito non mi fa sbagliare.

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