Porta sempre con sé un cappello decisamente riconoscibile e una gavetta non da poco. Maldestro (vero nome Antonio Prestieri) ha trentun anni ed è cresciuto a Scampia, dove ha cominciato a studiare pianoforte. La sua è una storia difficile che non gli ha mai regalato nulla. Lo si capisce mentre, nascondendo lo sguardo con un paio di occhiali da sole, pesa le parole e ci racconta che significa per lui il silenzio. O il dolore. 

Con la sua Canzone per Federica ha partecipato all'ultima edizione del Festival di Sanremo, tra le Nuove Proposte, dove ha vinto il premio della critica Mia Martini. "Un'esperienza bellissima che ho vissuto con serenità e tranquillità", ci ha raccontato.

Oltre al premio della critica Mia Martini di Sanremo, hai anche ricevuto il premio Lunezia, il premio Enzo Jannacci e il premio Assomusica...

Sono felice dei riconoscimenti che ho avuto ma dico sempre che arrivano fino a un certo punto. Per me il premio più grande è cantare e suonare per le persone.

Il tuo nuovo album (che esce domani 24 marzo) si chiama "I muri di Berlino". Perché?

Il titolo nasce dall’esigenza di voler raccontare i muri che abbiamo dentro. Nel disco ho cercato di portare alla luce storie che parlassero della quotidianità, dei sentimenti più umani e semplici, che a volte sono recintati da muri che noi stessi non riusciamo ad abbattere.

E la cover del disco? L'hai progettata tu?

No, è nata da una mia fan, che mi aveva fatto un ritratto in acquerello che mi era piaciuto molto. Così l'ho contattata e le ho chiesto di fare la grafica di tutto il disco.

In Abbi cura di te canti Abbi cura di tutte le cose, anche di quelle che fanno dolore. Pensi che il dolore sia necessario?

Il dolore è utile quando lo si consuma, quando si ha la consapevolezza di poterlo consumare. Se lo rimandi indietro, se lo respingi, prima o poi ritornerà e farà più male di prima. Se si è capaci di consumarlo, può aiutare. È facile amare le cose belle della vita, tutto quello che ti rende felice, ma la vera sfida è amare i difetti di una persona. È proprio un'altra cosa.

Un altro termine che ricorre spesso nei tuoi brani è "silenzio"...

Credo che il silenzio sia una cosa importante nella vita. È fondamentale per incontrarsi, per capire che sta succedendo dentro di sé. Incontrarsi significa anche comprendere gli altri. Le cose più belle le ho vissute in silenzio.

Fai spesso incontri nelle carceri e nelle scuole. Ti senti un "artista impegnato"?

Questo è un disco diverso dal primo, che era molto più arrabbiato. Con "I muri di Berlino" ho invece cercato di raccontare problemi (anche sociali) con tenerezza. Che Guevara diceva che bisogna essere violenti senza perdere la tenerezza. In questo disco l’ho ritrovata molto, quella tenerezza. Per quanto riguarda gli impegni sociali, penso che sia un dovere di ogni cittadino. Io metto a disposizione la mia esperienza. Ogni volta che faccio incontri nelle scuole medie mi alzo la mattina dicendo “Oh bene, oggi vado a insegnare qualcosa a qualcuno”, e puntualmente torno a casa e mi rendo conto che sono sempre stati loro a insegnare qualcosa a me. È un dare e avere naturale. È un’esigenza personale che vivo. 




In Io non ne posso più fai un elenco molto puntuale di tante abitudini e tanti atteggiamenti che finiscono per essere violenti con se stessi e con gli altri. Ma alla fine dici che c'è ancora qualcosa. Cosa rimane alla fine di tutto? Come si supera il male di chi continuamente giudica?

Credo che la speranza sia la base di tutto. "Speranza" è una parola di guerra e non di pace: è una parola di combattimento. È la chiave di tutto ciò che ti fa alzare la mattina e ti fa credere nel futuro. La speranza è una lotta: per prendersi il futuro oggi, bisogna combattere.

Cosa intendi?

Che non si può subire la speranza: deve essere attiva. Alla fine del pezzo dico che, nonostante un periodo storico brutto dell’Italia, si trova sempre l’amore nelle proprie radici. L’Italia è un luogo bellissimo. È facile puntare il dito contro la politica ma spesso è inutile. Mi faccio più rabbia io che spesso non faccio niente per permettere che nasca qualcosa di buono.

Sporco clandestino, invece? È un brano molto forte...

È un brano nato dall’esigenza di raccontare una storia che mi fa male. Quello che mi ha sempre lasciato l’amaro in bocca e il cuore triste, è l’immagine distrutta dei bambini. Un bambino ha quella meraviglia che fa girare il mondo e che si perde quando si diventa adulti. Quando invece la perde, a quell’età, è un sopruso, è qualcosa di innaturale. Mi fa male vedere bambini che affrontano la guerra facendo dei viaggi assurdi. Il mio unico modo per vivere con questo dolore è quello di scriverlo. Non sono un eroe, ma ho bisogno di farlo. Era interessante poterlo raccontare attraverso gli occhi del bambino stesso: su certi argomenti purtroppo bisogna essere duri.

Sei orgoglioso di questo progetto?

Molto. Il mio obiettivo è sempre quello di raccontare ciò che mi succede dentro e attorno a me. Io sono affascinato dall’uomo: dalle sue grandezze e dalle sue debolezze. Quando non ho voglia di raccontare storie mie, cerco di rubarle dagli altri. A me interessa tutto ciò che succede intorno, mi interessa la verità, bella o brutta che sia. Spero di poterlo fare ancora per molti anni, magari attraverso il teatro che è un'altra mia grande passione.

--

Da domani venerdì 24 marzo Maldestro presenterà il suo nuovo album in alcuni showcase in giro per il nostro Paese. Dal 12 aprile, invece, il cantante inizierà da Bologna una vera e propria tournée. Tutte le informazioni sulla sua pagina Facebook

© Riproduzione Riservata

Commenti