Musica

Lukas Graham: "Racconto (e canto) ciò che amo"

Il giovane cantante della hit "7 Years" è cresciuto a Christiania, la comunità hippie di Copenaghen. Il 1 aprile uscirà il suo album - Intervista

Lukas Graham

Giovanni Ferrari

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Il singolo lo conosciamo tutti. 7 Years si è imposto nella classifiche di tantissimi paesi, Italia compresa. In Gran Bretagna il brano è arrivato al primo posto tra i singoli più venduti (con oltre 100mila copie in una sola settimana).

Il segreto del successo di 7 Years, probabilmente, è la sensazione di credibilità che il brano trasmette. Il tema che emerge non è semplice e non è raccontato con banalità, anzi. Lukas Graham, insieme alla sua band, testimonia una realtà non sempre facile: il cantante è cresciuto a Christiania, la comunità hippie di artisti al centro di Copenhagen. Una realtà che abbraccia libertà e limitazioni, grandi punti di semplicità ma anche di disagio sociale.

In tutte le tracce del disco "Lukas Graham" (che uscirà il 1 aprile in America e nella maggior parte dei paesi, compresa l'Italia) se ne può respirare l'atmosfera. La difficoltà ma anche la voglia di riprendere in mano la propria esistenza.

Ne abbiamo parlato con Lukas Graham...


Con 7 Years sei arrivato al vertice delle classifiche in oltre 20 Paesi e tra poco uscirà il tuo album per la Warner. Ti saresti mai aspettato tutto questo?

La fama non è mai stata lo scopo. Volevamo semplicemente suonare musica live, per la gente e ovviamente non ci aspettavamo che 7 Years diventasse un successo del genere. Non me lo sarei mai aspettato: non vediamo l’ora di pubblicare l’album. Diciamo che il mio sogno più grande è fare musica e portarla in giro per il mondo.

Facciamo un passo indietro: sei nato a Christiania. Come è stato per te nascere lì, a livello umano e artistico? Quali sono stati i vantaggi e gli svantaggi del crescere in un luogo così “libero”?

Crescere a Christiania è stato molto importante perché ho sviluppato un grande senso di comunità, di vivere insieme, di lealtà. Ha fatto anche in modo che in me si sviluppasse un senso di solidarietà, che si riflette nel modo con cui faccio musica e sto con i ragazzi della mia band. Me li porto dovunque. Non potrei mai sostituirli. Ed è per questo che io voglio tenere con me tutti i miei produttori che ho avuto fino ad ora, perché è importante che ci conosciamo l’un l’altro prima e durante questo viaggio insieme. Il rischio è quello che – se uno non ha a fianco le persone a cui tiene – perde se stesso.

In tante canzoni parli di famiglia. Hai dei valori a cui tieni particolarmente?

Credo che i miei genitori mi abbiano dato importantissimi valori. Mi piaceva prendermi cura di mia sorella e diventare una persona come si deve. E in effetti 7 Years parla di questi valori e delle ambizioni che una persona ha quando è un ragazzo: credo che la cosa più importante nella vita di una persona è che a un certo punto uno trovi una famiglia e diventi marito e poi padre.

Che cosa ti spaventa di più nel crescere?

Spero di non crescere del tutto perché gli artisti adulti sono ancora dei bambini e la cosa più importante della musica è che chi fa musica sia prima di tutto uno che diverte, uno che ricorda il bambino che è in sé, perché i bambini sono espressivi e sperimentano tutto. È questo che io spero di rimanere. E in effetti si dice play music, suonare ma anche giocare: uno è ancora un bambino quando sperimenta e gioca. La cosa più importante è essere divertente e produrre qualcosa che a sua volta diverta gli altri.

Nei tuoi brani racconti la realtà in modo molto diretto…

Sì, il mio modo di scrivere è piuttosto realistico però non si può dire che non uso metafore. Quando dico che mia mamma a 7 anni mi diceva che avrei dovuto farmi degli amici o che mio padre a 11 anni mi diceva che avrei dovuto sposarmi, evidentemente non si tratta di una cosa vera. Sono due frasi che ho usato per comunicare questi due concetti: trovarsi amici leali e accasarsi, diventare una persona come si deve.


Hai viaggiato tanto e in questo modo ti sei avvicinato a numerosi generi. In quale ti rispecchi di più? Stai tentando di proporre una contaminazione che ti renda unico? Nel disco ci sono tanti elementi che è difficile trovare in giro, come l’intro con un coro di bambini in Mama Said

In realtà non credo che ci sia nessun’altra band che usi il nostro stesso genere. Credo che al momento noi stiamo facendo una musica unica e che nessun altro ha mai fatto: facciamo una sorta di pot-pourri, prendiamo un po’ di tutto in tutti i generi. Se questo è essere unici, credo che l’abbiamo fatto. Non lo facciamo con un’intenzione precisa in mente all’inizio. Prendiamo un po’ dall’hip-hop, dall’hard rock, ecc. Lo mescoliamo insieme e vediamo quello che può uscirne. Ma lo scopo è sempre quello di raccontare una storia. Prendi quello che ti piace dalle cose, mettilo insieme e vedi quello che ne può nascere. Io non voglio che la gente si annoi.

Hai dei progetti live nel nostro Paese?

Ci piacerebbe davvero tanto venire in Italia, magari a giugno. Il nostro agente ci sta lavorando. Al momento si muove tutto così velocemente che non saprei cosa dirti. Vorrei venire a suonare in Italia e – te lo confesso – anche per il cibo: buonissimo!

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